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Il Brevetto Ue pronto nel 2018

di Chiara Bussi e Laura Cavestri

4' di lettura

Il brevetto unitario scalda i muscoli. E, con il sì alla modalità di applicazione “provvisoria”, si avvia alla preparazione atletica, per un debutto in pista atteso – se alle parole seguiranno davvero i fatti – per i primi mesi del 2018 (si vedano le anticipazioni su Il Sole 24 Ore del 29 maggio).

I Ventisei Paesi Ue aderenti (Regno Unito compreso)– riuniti ieri e lunedì a Bruxelles per il Consiglio Competitività – hanno riaperto l’iter che un anno fa l’esito del referendum su Brexit aveva bruscamente interrotto.

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Ue e Gran Bretagna percorreranno insieme l’ultimo miglio verso l’istituzione del brevetto unitario europeo (cioè di un’unico “ombrello” protettivo della Proprietà intellettuale valido in tutto il perimetro) e della relativa Corte europea dei brevetti che dovrà intervenire sul conseguente contenzioso in materia di IP. Insomma, già in autunno si procederà con la messa a punto della macchina organizzativa, con la nomina dei giudici e il collaudo dei sistemi informatici.

Di fatto, non c’è voluto molto. A porte chiuse, i rappresentanti di Svezia, Belgio e Lussemburgo hanno esortato alle ratifiche i Paesi ancora inadempienti. Tra questi, anche il Regno Unito, cui la Commissione ha sollecitato il varo affinchè il sistema di tutela brevettuale possa effettivamente partire. Perchè parta, infatti, serve il sì di almeno 13 Paesi, tra le quali quelle, indispensabili, di Germania, Francia e Gran Bretagna, che in base all’attuale accordo ospiteranno le 3 sedi “principali” di I grado (il II grado è a Lussemburgo).

I Ventisei hanno dato il loro assenso a partire al più presto con la «fase 1» – già dopo l’estate – per mettere a punto la macchina organizzativa, con la nomina dei giudici e il collaudo dei sistemi informatici. Mentre la «fase 2» con il decollo del brevetto unitario, come spiega al Sole 24 Ore il Presidente dell’Epo, Benoît Battistelli, «potrebbe scattare nella primavera 2018». A complicare i giochi è soprattutto la Gran Bretagna, che nonostante il divorzio dalla Ue ha aderito al progetto del brevetto unitario.

Lo stato delle ratifiche
Per far partire il Tribunale unico dei brevetti ne occorrono almeno 13 tra le quali quelle, indispensabili, di Germania, Francia e Gran Bretagna. Per ora in 12 (tra cui l’Italia) hanno ratificato e depositato il testo al Segretarato generale del Consiglio Ue, mentre altri cinque (Germania, Lituania, Lettonia, Slovenia e Gran Bretagna) hanno ottenuto il via libera del Parlamento ma non hanno ancora depositato il testo. A Londra il dossier ha subìto però un nuovo rallentamento in seguito alla decisione della premier Theresa May di indire le elezioni anticipate il prossimo 8 giugno, mentre Berlino ha sempre dichiarato l’intenzione di essere l’ultima a depositare la ratifica. Mancano poi all’appello altri otto Paesi, mentre Spagna e Croazia non hanno aderito e la Polonia ha detto sì alla protezione unica, ma non al Tribunale unico.

Anche per questo il presidente di Epo, Battistelli – che aveva cautamente previsto il possibile debutto del brevetto e delle relative corti entro quest’anno – spiega che «è solo una questione di volontà politica e che ormai si può considerare la primavera del 2018 come potenziale periodo di entrata in vigore del nuovo brevetto unitario».

A questo punto, si lavora per far entrare al più presto in vigore il cosiddetto «Protocollo sull’applicazione anticipata dell’Accordo sul Tribunale unico dei brevetti» per partire con la macchina organizzativa e non trovarsi impreparati al momento del rilascio dei primi brevetti Ue. Questa soluzione è «condivisa anche dal governo italiano che considera il nuovo sistema uno strumento essenziale per sostenere l’innovazione e la competitività» come ha ricordato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Politiche comunitarie, Sandro Gozi. Anche qui vale la regola del 13: tante, infatti, devono essere le firme. Ma la strada appare percorribile perché tra i 9 che hanno siglato il Protocollo figura anche la Gran Bretagna. Gli altri sono Italia, Francia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Olanda e Svezia, mentre tra i big manca ancora la firma tedesca.

NOI E GLI ALTRI

Confronto delle tasse di rinnovo in euro (Fonte: Epo)

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Il nodo britannico
Gli addetti ai lavori premono affinché Londra si adegui al più presto, perché c’è il rischio che il dossier finisca sul tavolo delle più ampie trattative sulla Brexit per diventare eventuale “merce di scambio” o “ostaggio” dei rispettivi veti. Nuovi problemi sorgeranno semmai in seguito, quando il Paese lascerà la Ue.

L’Accordo prevede che le 3 Corti pricipali siano in Paesi Ue, perchè il diritto che sarà applicato sarà il diritto dell’Unione europea. Se Londra esce, poi la sua Corte dovrà essere obbligata a sottostare e ad applicare le norme Ue da cui la City chiede di essere dispensata. Oppure si apre la strada del trasloco verso un altro Stato membro. In corsa, nel caso, ci sono già l’Italia (con Milano) e l’Olanda (con L’Aia). Certo, per UK avere uno dei tribunali, oltre a un indotto economico, consentirebbe anche di mantenere uno “status speciale” . E il rischio che brevetto e Corte finiscano nel braccio di ferro della trattativa per Brexit con Bruxelles, non è comunque affatto scongiurato.

Il ruolo dell’Italia
L’Italia ha sottoscritto il Protocollo sull’applicazione anticipata lo scorso febbraio. Questo consente al nostro Paese di avere voce in capitolo nella macchina organizzativa, compresa la nomina dei giudici del Tribunale unico . Non solo. Roma ha anche ottenuto di avere una sede locale della Corte, che è già stata individuata in via San Barnaba a Milano. Qui siederanno 3 giudici (due italiani e uno di altra nazionalità europea) e le udienze saranno in italiano. Un ultimo nodo da sciogliere resta l’assegnazione del personale amministrativo: 6-7 persone che dovranno essere distaccate dall’amministrazione pubblica per i sette anni di periodo transitorio.

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