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Il buco del mercato nero del petrolio

Allo Stato mancano 2 miliardi all’anno - Tra 5 e 10% del carburante passa per reti illegali

di Jacopo Giliberto


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(Ansa)

4' di lettura

La banda dei libici, che importava via Malta, è stata sgominata due giorni fa da un’inchiesta della Procura di Catania. La banda lèttone, che trapanava gli oleodotti nell’Alta Italia, è stata smantellata dalla Procura di Pavia. Ma in Italia ci sono altre gang di trapanatori di oleodotti, di ladri di autocisterne e di contrabbandieri che spacciano cherosene, gasolio o benzina sull’immenso mercato nero che s’interseca con quello regolare, formato (quello corretto) da 28 miliardi di litri di benzina e gasolio venduti tramite i benzinai pari a incassi trasparenti di 38 miliardi di euro, di cui 25,4 miliardi rappresentati dalle tasse (accisa + Iva).

Il mercato nero porta un buco nelle casse dello Stato di oltre due miliardi di euro l’anno. Lo scorso anno in Italia, secondo i dati dell’Unione petrolifera, tra il 5 e il 10% di carburante è stato commercializzato tramite reti illegali.

Lo strumento per contrastare il fenomeno potrebbe essere la tracciabilità dei pagamenti, tramite per esempio la carta di credito e la fattura elettronica, e la settimana prossima il Parlamento dovrebbe cominciare a esaminare le nuove norme anticontrabbando contenute nella bozza di legge di Bilancio. Il mercato nero muove autocisterne da mezz’Europa e petroliere da mezzo Mediterraneo, fa sventolare un vortice di fatture false per le “frodi carosello”, mette fuori mercato e spesso costringe alla chiusura i benzinai onesti.

Le frodi al Fisco e ai consumatori
La Finanza con 3.700-3.800 ispezioni nel settore in genere scopriva frodi fra le 50mila e le 70mila tonnellate di carburanti l’anno. Per esempio nel 2010 aveva scoperto traffici illegali per 70mila tonnellate, per 57mila nel 2011, nel 2012 altre 72mila tonnellate, 50mila tonnellate nel 2013.

Poi, il botto. Nel 2013 quasi un raddoppio rispetto al 2012, 100mila tonnellate. E nel 2014 il raddoppio del raddoppio, 190mila tonnellate di “prodotti energetici consumati in frode”.

La banda del trapano
Le forzature agli oleodotti sono ormai residuali dopo il boom del 2015 (165 tentativi, di cui quasi tutti riusciti). Secondo il nuovo censimento delle compagnie petrolifere, l’anno scorso i criminali hanno tentato 136 volte di tagliare i tubi del carburante, ma stavolta con scarso successo. Quest’anno appena una decina di attacchi alle condutture dopo che la banda più attiva, quella dei lèttoni, è stata scoperta ed è stata perfino trovata la raffineria clandestina allestita in un capannone industriale in Emilia. Da maggio a settembre sono state arrestate 16 persone, quasi tutti italiani e lèttoni. Le ultime due ordinanze di custodia cautelare hanno bloccato D.V., 37 anni, fermato in Finlandia a un posto di frontiera con la Russia, e G.I.,55 anni, arrestato in Lettonia a un posto di frontiera con la Russia. La banda è accusata di aver sottratto decine di milioni di litri di idrocarburi dagli oleodotti di aziende come l’Eni, la Sarpom e la Sigemi trapanando le tubazioni nelle province di Pavia, Milano, Lodi, Novara, Alessandria e Piacenza.
L’altro grande traffico clandestino, quello di carburanti libici via Malta scoperto nei giorni scorsi in Sicilia, è stato raccontato su questo giornale ieri.

La Slovenia e le altre
Sono centinaia i movimenti sospetti, e non solamente quelli che passano da Malta; da seguire con attenzione alcuni depositi costieri. È intenso l’andirivieni di autobotti e treni cisterna pieni (ufficialmente) di generici “oli minerali d’importazione” e “destinati all’esportazione”. La provenienza spesso è l’Albania o la Slovenia. In realtà le cisterne che entrano in Italia dalla Slovenia sono piene di gasoliacci di qualità modesta. Sdoganati, vengono cambiati i documenti e quei prodotti, rimiscelati, allungati e drogati, ricompaiono nei distributori compiacenti di carburanti.

I caroselli di carta
Il sistema usato per frodare il fisco è quello delle “frodi carosello”. Le autobotti straniere arrivano ai depositi e viene avviata una slavina di compravendite fittizie di quel carburante. È una catena infinita di società “cartiere” che vendono e comprano quel carburante senza pagare le tasse in un vorticare di passaggi di mano; queste società si dissolvono prima della fatturazione. E le autobotti ripartono con il carico — il quale senza muoversi dal piazzale ha cambiato proprietario apparente decine di volte — per le consegne ai benzinai.

Sono quasi sempre benzinai senza marchio, le cosiddette pompe bianche. Offrono prezzi appetitosi, incredibilmente convenienti. Distruggono il mercato perché i distributori onesti, la maggior parte, invece lavorano su margini limatissimi di centesimi al litro e non riescono a sostenere i prezzi impossibili.

Il presidente dell’Unione Petrolifera, Claudio Spinaci, osserva che tra i 21mila distributori italiani ci sono «5mila punti vendita con un erogato di soli 350mila litri l’anno a fronte di un erogato medio italiano di 1,3 milioni». Molti di questi non potrebbero sopravvivere se non fossero i terminali, a volte inconsapevoli, delle mafie petrolifere.

«I frodatori raggiungono due obiettivi: evadono l’Iva e riciclano denaro», spiega Andrea Rossetti, presidente di Assopetroli. Per i benzinai, aggiunge il presidente della Fegica Cisl, Roberto Di Vincenzo: «Si prenda finalmente consapevolezza e si ammetta che il fenomeno ha salde radici interne al settore».

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    Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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