Opinioni

Il calabrone Italia rischia di non volare più

Dopo tanti anni di navigazione a vista, tra manovrine senza ambizioni e bonus estemporanei, il Paese si trova di fronte a un tornante storico cruciale

di Valerio Castronovo

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(REUTERS)

Dopo tanti anni di navigazione a vista, tra manovrine senza ambizioni e bonus estemporanei, il Paese si trova di fronte a un tornante storico cruciale


3' di lettura

Da vent’anni è una sorta di volo del calabrone quello dell’economia italiana, dato che le sue ali sono appesantite da tre fardelli come un ingente debito pubblico (dovuto tanto a un’eccessiva spesa corrente che a una larga evasione fiscale), un persistente dualismo territoriale (dopo l’epilogo della Cassa per il Mezzogiorno e degli interventi straordinari) e le conseguenze di una scarsa produttività del sistema-Paese (al punto da relegarlo tra i fanalini di coda nella graduatoria dell’Ocse). Perciò essa ha continuato a procedere a sbalzi, con qualche impennata talora verso l’alto, ma perlopiù a bassa quota, quando non rasente terra; tuttavia, siccome seguitava comunque a volare, ci si è assuefatti a questo andamento: sia perché diversamente si sarebbe dovuto porre mano a riforme di fondo sostanziali ma non redditizie in termini politici per i governi in carica; sia perché si tendeva, a mo’ di compensazione a porre sull’altro piatto della bilancia la consistenza della ricchezza finanziaria e immobiliare privata rispetto al crescente disavanzo dei conti pubblici; l’appartenenza del nuovo “triangolo industriale” fra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna all’area più ricca e avanzata dell’Europa, quale antidoto al risorgente divario del Sud dal Centronord; il dinamismo di uno stuolo di microimprese d’impianto familiare al confronto delle pastoie dell’apparato burocratico statale.

Si è finito così per disperdere i benefici che si erano acquisiti con l’ingresso dell’Italia nell’Eurozona fra il 1994 e il 2007, per effetto sia delle privatizzazioni sia della riduzione dello spread, tanto che il debito pubblico andò diminuendo di oltre 25 punti e migliorarono le chance del made in Italy. Senonché la strada del risanamento finanziario venne man mano abbandonata e, di conseguenza, ci si trovò a subire i pesanti contraccolpi del crollo nel 2008 di Wall Street, che da allora non riuscimmo mai a superare completamente. Sia perché la riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi venne percepita da gran parte dell’elettorato come un’operazione strumentale orchestrata per un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e perciò bocciata dal referendum del 2016; sia perché il Movimento 5 Stelle, volendo stabilire un proprio marchio identitario populista e para sovranista al suo esordio nel giugno 2018 alla guida del governo gialloverde, ha mutuato un teorema come quello della “decrescita felice”, divulgando così l’idea che il conseguimento di un più alto potenziale di sviluppo, fondato sulla valorizzazione di nuove cognizioni e competenze, fosse un fattore di maggiori diseguaglianze sociali.

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Naturalmente, è stata infine la pandemia del Coronavirus ad aggravare e a mettere in piena luce i nodi, molteplici e sempre più intricati, che da tempo bloccavano il Paese e che adesso non appaiono più rinviabili e tantomeno eludibili. Non solo perché è un obbligo tassativo e vincolante, per poter accedere alle risorse del Recovery Fund, attuare determinate riforme strutturali in base a impegni chiari e dettagliati in merito agli obiettivi di spesa, ai tempi e ad altri congegni operativi. Ma anche perché sono andati frattanto esaurendosi o comunque assottigliandosi notevolmente certe riserve e scorte disponibili in passato: a cominciare dalla massa di risparmi di tante famiglie del ceto medio e dalle singolari capacità di riconversione e sopravvivenza in numerose piccole imprese, ora non più in grado di reggere l’urto di un’inedita maxi-recessione. Tanto che è cresciuta la quota della popolazione ridotta in condizioni di “povertà assoluta” e quella che potrebbe purtroppo diventarlo, in quanto conta su risorse sufficienti solo per tirare avanti appena pochi mesi. Per non parlare della sorte di tanti giovani, già penalizzati nel corso degli ultimi decenni da un costante calo dei loro livelli di reddito e delle loro opportunità di lavoro. Oltretutto la denatalità è divenuta un’ulteriore emergenza per il futuro della Penisola.

È dunque un tornante storico cruciale quello che, dopo tanti anni di navigazione a vista, di manovrina in manovrina, tra bonus a pioggia e vari espedienti d’ogni sorta, l’Italia si trova oggi ad affrontare e che comporta perciò un grande piano per utilizzare in modo coerente ed efficace la straordinaria entità di risorse che, in capo a complessi negoziati, l’Unione europea ha deciso di mobilitare per soccorrere i Paesi (fra cui, in prima fila, il nostro) più colpiti dagli effetti devastanti del Covid-19. Altrimenti c’è il rischio, questa volta per l’Italia di un autentico collasso sia economico che sociale.

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