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Il calciatore paga il procuratore per l’ingaggio anche se il merito non è suo

Salamon deve il 5% dei suoi guadagni lordi con il Milan al suo procuratore perché la revoca dell’incarico non era stata formalizzata nei tempi e nei modi giusti

di Patrizia Maciocchi

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Salamon deve il 5% dei suoi guadagni lordi con il Milan al suo procuratore perché la revoca dell’incarico non era stata formalizzata nei tempi e nei modi giusti


3' di lettura

Salamon Bartosz deve al suo procuratore il 5% dei suoi guadagni lordi corrisposti dal Milan al suo, malgrado il manager non abbia avuto alcun ruolo nell’ingaggio con il club rossonero, perché la revoca dell’incarico all’agente non era stata formalizzata nei tempi e nei modi previsti dalla Figc. La Corte di cassazione (sentenza 835) coglie l’occasione della querelle tra il difensore polacco, che ha indossato anche la maglia del Brescia, e il suo procuratore, per dettare una serie di principi utili a chiarire quando e quanto vada “retribuito” l’agente sportivo.

La sentenza

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L’iter per la revoca dell’incarico

Nello specifico il calciatore e il suo manager sono arrivati in Cassazione perché il primo negava di dovere un compenso al secondo per il suo contratto con il Milan, arrivato quando l’incarico di rappresentarlo era già stato revocato. E che di fare un po’ di chiarezza ci fosse bisogno è testimoniato dalla disparità di vedute, emersa nei gradi di merito. Ad iniziare dalla base sulla quale calcolare la percentuale da riconoscere: se sul “corrispettivo loro annuo” o sul reddito loro arduo”. Al terzo grado di giudizio la Suprema corte afferma che le due espressioni si possono considerare come sinonimi, indicativi del totale dell’ingaggio.

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Per quanto riguarda la revoca dell’incarico, perché sia valida è necessario che il giocatore dia all’agente un preavviso di 30 giorni, che vanno comunicati con lettera raccomandata Ar. Contestualmente l’atleta, o la società, deve depositare o inviare copia della revoca, sempre con raccomandata Ar, alla segreteria della Commissione agenti unita all’attestazione postale di spedizione. Dagli accertamenti fatti risultava che al momento della sigla dell’accordo con l’Ac Milan, non erano ancora passati i 30 giorni di preavviso.

Per il compenso vale quanto scritto sul contratto o indicato dalla Figc?

Appurato dunque che spetta il compenso il problema che si pone riguarda la sua quantificazione. Deve essere calcolata su tutta la durata del contratto o solo sul periodo durante il quale il calciatore ha effettivamente giocato in caso di recesso anticipato? E il giocatore deve pagare quanto indicato nel contratto siglato con l’agente o solo il 3% come stabilito nel Regolamento agenti Figc? Rispetto alla quota la Cassazione precisa che vale quanto fissato da contratto, e dunque nello specifico il 5%, anche se superiore a quanto indicato nel Regolamento che comunque - sottolineano i giudici di legittimità - non è norma di diritto e la sua violazione o falsa applicazione non può essere denunciata in Cassazione. Mentre l’agente, nel caso il contratto dell’atleta termini prima della sua scadenza naturale, non ha diritto alla provvigione per la parte dell’accordo non eseguita, a meno che non dimostri che il recesso della squadra sia da attribuire al dolo o alla colpa grave del calciatore, come ad esempio nel caso di una squalifica per doping.

L’ipotesi dei contratti sovrapposti

Per finire la Cassazione analizza anche l’ipotesi di due contratti sovrapposti. I giudici affermano che il calciatore è tenuto a pagare interamente quanto dovuto all’agente per il contratto precedente fino alla scadenza naturale mentre, per il nuovo ingaggio, nel limite delle annualità sovrapposte, «la provvigione è dovuta solo sulla differenza fra il reddito lordo annuo previsto dal primo contratto e quello previsto dal contratto nuovo». E quindi il corrispettivo ha come paramentro la sola differenza “migliorativa”.

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