storia economica d’italia

Il calcolatore d’Ivrea in America volle andar

Emersi dagli Archivi di Mediobanca (ora digitalizzati e messi a disposizione degli studiosi) i retroscena sulla vendita della divisione elettronica di Olivetti a General Electric

di Paolo Bricco


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La produzione di macchine da scrivere a Ivrea a fine Anni 50

4' di lettura

Sulle tracce di un giallo. Un vero e proprio mistero storico: la cessione della divisione elettronica della Olivetti. Che, nel tempo alterato dalla immaginazione, ha generato mitologie positive e negative e ha acceso le fantasie di quanti, alimentandosi della riservatezza che si faceva segretezza nella Mediobanca di Enrico Cuccia, hanno per sessant’anni costruito sogni e ipotesi, illazioni e giudizi intorno a quello che a lungo è stato considerato – e per molti ancora è - uno dei principali passaggi mancati della storia italiana.

Mediobanca apre alla comunità degli studiosi il suo archivio intitolato a Vincenzo Maranghi. E, dopo avere riordinato e digitalizzato tutte le carte dei suoi primi vent’anni (dal 1946 al 1966), compie una operazione culturale in grande stile. Andando, appunto, al cuore di una delle questioni che hanno interrogato le élite – quando ancora le élite esistevano – intellettuali ed economiche, politiche e sindacali del nostro Paese: è stato veramente necessario il sacrificio dei grandi calcolatori con il loro passaggio agli americani di General Electric? Le condizioni dell’impresa erano così prefallimentari da giustificare l’ingresso nel capitale del Gruppo di Intervento, imperniato su Mediobanca e costituito anche da Fiat e Pirelli, La Centrale e Imi?

Intorno a tutte queste domande, ora, è possibile per ciascun lettore formulare un proprio giudizio, supportato dai documenti pubblicati nel volume Mediobanca e il salvataggio Olivetti. Verbali delle riunioni e documenti di lavoro 1964-1966, un testo di fonti curato da Giampietro Morreale. Queste carte compongono un mosaico nitido e articolato. Il verbale del primo colloquio, avvenuto il 25 gennaio 1964, fra Enrico Cuccia, Silvio Salteri (capo del servizio crediti) e Roberto Olivetti, mostra l’atterrimento del figlio di Adriano di fronte alle condizioni dell’impresa e al disorientamento della sua famiglia, divisa e piena di debiti: «Olivetti raccomanda anzitutto la massima discrezione sulle trattative avviate a mezzo del Dr. Visentini, di cui i suoi familiari non sono ancora al corrente».

Visentini era un giurista di appartenenza politica e culturale repubblicana, ai vertici dell’Iri, che avrebbe tenuto a lungo la presidenza della Olivetti. Quella riunione squaderna tutti gli elementi della vicenda. Elementi che andranno considerati anche da quanti hanno dato una lettura, al limite della mitopoiesi, della Olivetti privata per qualche oscuro complotto internazionale della grande elettronica. Si legge nel verbale: «Il Dr. Cuccia richiama l’attenzione del Dr. Roberto: esiste un problema di sistemazione dei debiti che gli azionisti hanno in corso sulle azioni sociali (Roberto indica una cifra complessiva di circa 11 miliardi), ma esiste anche un problema, ben più rilevante, di finanziamento della società». L’altro elemento che emerge con chiarezza è l’insostenibilità strategica della doppia opzione impostata – ma lasciata incompiuta – da Adriano Olivetti, morto quattro anni prima: gli investimenti nella grande elettronica e l’acquisizione della Underwood.

Una doppia opzione che porterà alla scelta – giusta o sbagliata che sia stata – di abbandonare la prima e di mantenere la seconda, rinunciando alla frontiera tecnologica dei grandi elaboratori – Olivetti e Ibm erano stati i primi a svilupparli, fin dall’inizio degli anni ’50 – e mantenendo la presenza sul mercato nordamericano, anche grazie alla lucidità espressa da un allora quarantenne Gianluigi Gabetti, vicepresidente della Underwood che – a leggere i documenti – si muoveva, nella descrizione della situazione americana, con circospezione e abilità. «Per il bilancio 1963 rimane comunque da risolvere il problema della sistemazione della perdita dell’intero capitale della Underwood, che nei libri della ICO (Ingegner Camillo Olivetti & C.) figura per 23,4 miliardi», si legge nel primo verbale.

    Primo nodo chiarito, dunque. Ecco, invece, quanto si legge sul secondo nodo: «Il Dr. Cuccia porta quindi il discorso sulla sezione elettronica. Il Dr. Roberto riconosce che, in questo settore, gli investimenti necessari sono di cifra tale da suggerire l’opportunità di accordarsi con un gruppo americano; naturalmente, prima di affrontare una trattativa del genere, occorre sistemare la situazione economica e finanziaria dell’azienda. Il settore elettronico della Olivetti ha attualmente una produzione di circa 20 miliardi l’anno; il settore occupa circa 4.000 persone, di cui 3.000 tecnici ed impiegati; l’andamento non è del tutto insoddisfacente, considerando che, al netto di 2,8 miliardi di ricerca, risulta una perdita annua non superiore al mezzo miliardo; attualmente il settore è tenuto en veilleuse, mancando i necessari capitali».

    Le settimane che si susseguono fino al 27 luglio 1964, quando appunto si ultimerà la cessione alla General Electric della divisione elettronica, hanno un ritmo insieme strisciante e sincopato. E, nella lettura incrociata dei verbali e delle lettere fra le parti, si percepisce il dramma di una famiglia indebitata, lacerata e incapace di essere coerente con la propria missione storica. Triste la figura di Roberto, che nei colloqui sulla grande elettronica non riesce a rappresentare la situazione in maniera difendibile anche se, come riportato nel verbale del 31 gennaio 1964, all’inizio combatte: «Roberto dimostra di essere alquanto contrario ad una combinazione immediata con una azienda del ramo. Dichiara che il problema della Olivetti è soltanto finanziario e non tecnico». E, nello stesso documento, poco prima si legge: «La società è assai vicina alla realizzazione di un calcolatore elettronico da tavolo che senza l’esperienza fatta sui grandi calcolatori non avrebbe mai potuto progettare». Un riferimento alla Programma 101, l’antesignano del personal computer.

    Piccolo dettaglio, essenziale in ogni giallo: l’autore del verbale di questo incontro annota a mano, a fianco delle parole battute a macchina «è assai vicina», il verbo al condizionale «sarebbe». E, in questo condizionale, c’è tutto un mondo: la debolezza esausta della Olivetti e degli Olivetti e lo scetticismo di Enrico Cuccia, che credeva poco agli imprenditori italiani e che pensava alla chimica, non alla elettronica, come punta avanzata della frontiera tecnologica.

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