L’allarme

Il calzaturiero non vede la fine del tunnel: 30mila posti di lavoro a rischio senza interventi d’emergenza

Siro Badon, presidente di Assocalzaturifici: «La situazione è oltre la soglia critica. Appena finirà il periodo di blocco dei licenziamenti, aziende e occupati saranno travolti»

di Giulia Crivelli

3' di lettura

Tra i settori economici che più hanno sofferto per la pandemia c’è la filiera del tessile-moda-abbigliamento, penalizzata prima dai lockdown produttivi, poi da quelli commerciali e, non meno importante, dal cambiamento di abitudini di vita e di consumo delle persone. Accanto a ristorazione, turismo, servizi alla persona (comprese le palestre) e settore dello spettacolo, la moda faticherà a riprendersi entro il 2021, perché è ancora in piena fase di emergenza. All’interno della filiera inoltre ci sono comparti che hanno sofferto di più, come il calzaturiero: una sofferenza – e un allarme – confermati dai dati illustrati da Assocalzaturifici, l’associazione di settore che aderisce a Confindustria Moda .

Le conseguenze a breve

«La situazione è oltre la soglia critica: il nostro è un settore che lavora sulla produzione dell’anno successivo con una marcata stagionalità ed enormi costi fissi e di manodopera – spiega Siro Badon, presidente di Assocalzaturifici –. Siamo pertanto già certi di un 2021 disastroso e la verità è che senza misure forti e specifiche, purtroppo ci saranno molti posti di lavoro a rischio e chiusure aziendali appena finirà il periodo di blocco dei licenziamenti. Stimiamo siano a rischio fino a mila posti di lavoro, a cui dovremo inevitabilmente sommare quelli dell’indotto e nella filiera a monte».

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I dati del 2020

Nel 2020 si è perso circa un quarto della produzione nazionale (-27,1% in quantità) e del fatturato complessivo (-25,2%). Forti le riduzioni sia dell’interscambio commerciale (calo attorno al -18% in volume sia per i flussi in uscita che in entrata) che dei consumi interni (-23% in spesa gli acquisti delle famiglie, malgrado un +17% per il canale online, a cui va sommato il crollo dello shopping dei turisti). Al crollo dei livelli di attività nella prima parte dell’anno, causato dal primo lockdown, ha fatto seguito, nei due trimestri successivi, solo un’attenuazione della caduta (rimasta peraltro a doppia cifra), anziché un rimbalzo, si legge in una nota di Assocalzaturifici. La seconda ondata del virus in autunno ha subito interrotto i primi timidi segnali di risalita mentre nel trimestre conclusivo del 2020, in particolare, export e consumi, con le vendite natalizie compromesse dalle misure restrittive, sono risultati ancora largamente insoddisfacenti. Il numero di calzaturifici attivi è sceso in Italia di 174 unità rispetto a fine 2019, e quello degli addetti di oltre 3.000 (con un -4% per entrambi), con cali generalizzati in tutti i principali distretti. Nella filiera pelle sono state autorizzate quasi 83 milioni di ore di cassa integrazione guadagni, dieci volte gli 8,3 milioni del 2019.

Le richieste al Governo

Un quadro che ha spinto l’associazione che rappresenta l’intera filiera a fare un appello alle istituzioni: «Abbiamo bisogno che il Governo ci dia certezze – ribadisce Badon –. È necessario che i negozi possano aprire con continuità perché la stagionalità non ci consente di recuperare sui costi di produzione. Gli stock a magazzino, accumulatisi con l’invenduto, e gli ordini non confermati, si svalutano compromettendo i bilanci delle aziende. Con una filiera in ginocchio non riusciamo a comprendere le ragioni perché di alcuni prodotti sia consentita la vendita permanente e per le calzature vi sia una esclusione». Alla luce delle perdite (quattro stagioni di vendita, di fatto), «è necessario che venga rivisto il criterio con cui si indennizzano le aziende – aggiunge Badon –, parametrando i sostegni alle perdite subite calcolate in base ai fatturati a cui devono essere sottratti i costi fissi non compensati dai ristori. Tale sistema sosterrebbe maggiormente le imprese ad alta intensità di occupazione e che maggiormente necessitano di essere sostenute, come quelle calzaturiere».

Le proposte concrete

Assocalzaturifici auspica una decontribuzione per tutta Italia del 30% di oneri previdenziali dovuti dal datore di lavoro (come da decreto agosto per le sole regioni del sud) e una rapida approvazione dei decreti attuativi del Decreto Rilancio, che introduce un credito d’imposta pari al 30% del valore delle rimanenze a magazzino, ampliando le risorse e la percentuale a compensazione fiscale.

Sostegno all’export

Altro tema importante sono le politiche di sostegno all’export. «Le fiere sono un asset essenziale per le Pmi. Ritardare o impedirne l’apertura equivale ad ostacolare la ripresa degli scambi internazionali e la promozione del made in Italy, fondamentale per il rilancio del nostro settore – conclude Badon, ricordando che ci sono Paesi nostri competitor che non hanno interrotto l’attività fieristica e non hanno subito alcuna impennata nei contagi».

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