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Il cambio della cultura del lavoro e la forza della formazione

I profondi cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni in vari aspetti della società hanno anche radicalmente modificato l’approccio al mondo del lavoro.

di Federico Frattini

(snowing12 - stock.adobe.com)

3' di lettura

I profondi cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni in vari aspetti della società hanno anche radicalmente modificato l’approccio al mondo del lavoro. Uno dei fenomeni più à la page in questo ambito è la cosiddetta Great Resignation, cioè l’aumento delle dimissioni volontarie, spesso anche in assenza di un’altra opportunità di impiego.

McKinsey sostiene che il 40% dei lavoratori in Paesi anglosassoni ha intenzione di cambiare lavoro nei prossimi 4-6 mesi. L’Associazione Italiana di Direzione del Personale (AIDP) riporta che le dimissioni volontarie fra i giovani in Italia riguardano il 60% delle aziende. Ma ritengo che non sia tanto interessante discutere della portata della Great Resignation in sé, quanto riflettere sulle tendenze più ampie in cui essa si inquadra.

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Credo che queste tendenze siano in sintesi due.

La prima è una perdita di importanza relativa del lavoro nella vita delle persone. Ciò non significa necessariamente che il ruolo e l’importanza del lavoro vengano ridimensionati. Le persone sembrano infatti più attente che in passato al worklife balance, dando maggiore peso non solo alla libertà ed alla flessibilità nella gestione dei propri tempi e impegni privati, ma anche al significato e all’impatto più ampio, rispetto alla sola carriera professionale, che le proprie attività lavorative hanno.

Ma, come si diceva, tutto ciò non accade solo ridimensionando il peso del lavoro («la mia vita non coincide con il mio lavoro»). Si esprime in realtà anche all’interno della sfera lavorativa («il mio lavoro è parte della mia vita e quindi dev’essere in sintonia con essa»).

Ecco che il lavoro conferma e addirittura aumenta la sua importanza, vedendo crescere, accanto alle tradizionali funzioni di sostentamento e status, quella di mezzo per realizzare un proprio più ampio progetto personale, a cui contribuisce a dare senso. Cosicché le persone, nello scegliere o valutare la propria occupazione e le proprie opportunità di carriera, danno meno peso rispetto al passato allo stipendio e alla sicurezza economica, considerando di più fattori come la flessibilità e questioni che attengono ai propri valori ed alla dimensione etica.

La seconda tendenza è di tipo diverso.

Non ha a che fare con i comportamenti delle persone ma con le condizioni che li rendono possibili.

Mi riferisco al percorso che ha portato il mercato del lavoro a essere sempre più flessibile fino a renderlo, oggi, “fluido”.

Al cammino politico-legislativo degli ultimi decenni si è affiancata prepotentemente negli ultimi anni l’evoluzione tecnologica.

Se oggi accade più spesso che in passato di “surfare” fra vari lavori, ciò si deve ad un mercato del lavoro che è di certo meno rassicurante ma anche meno bloccato e più ricco di opportunità.

Questo, come dicevamo, è favorito anche dalla tecnologia, che oggi permette di annullare le barriere spaziali sia nella ricerca che nello svolgimento del lavoro.

I lavoratori negli scorsi decenni hanno prevalentemente subito questa situazione, ritenendola un “impoverimento” del modello tradizionale di lavoro.

Oggi, per via di un cambio culturale e di una diversa organizzazione della vita personale, sembrano sempre più spesso sentirsela comoda addosso, e la considerano un modello nuovo, di valore, senza metterla in relazione a quanto avveniva in precedenza.

Credo però che a sentirsi a proprio agio in questo nuovo modello siano soprattutto le persone sufficientemente qualificate da poterne trarre i maggiori benefici, riducendone i rischi.

Ed è qui che entra in gioco il tema della formazione. Per sfruttare a proprio favore la fluidità del mercato del lavoro, bisogna essere opportunamente equipaggiati di conoscenze e competenze, e continuare a esserlo lungo tutto l’arco della propria vita.

Il quadro fin qui delineato, fatto di un approccio al lavoro consapevole e flessibile e di frequenti cambi di posizione professionale, rende quanto mai importante la formazione, e in particolare quella continua, nota anche con il nome di Lifelong Learning.

La formazione, infatti, innanzitutto raccoglie dalla società e ripropone ai suoi destinatari un concetto del lavoro non più appiattito solo sul tema del profitto ma anche sull’impatto esterno delle aziende e su uno stile di leadership più aperto ed empatico, meno verticistico di una volta.

In più, la formazione si reinventa per supportare carriere meno lineari, in cui il sapere non si incamera una volta per tutte a inizio carriera ma si arricchisce, si integra e si evolve “in corso d’opera”, accompagnando e rendendo possibile un percorso professionale articolato e vario.

Cambiano così le lunghezze, le modalità di erogazione e anche l’approccio generale dei prodotti formativi, oggi tendenzialmente più concreti, focalizzati e ready to use che in passato.

Forse non ci si riflette abbastanza, ma a tenere insieme un mercato del lavoro fluido ed in continua evoluzione è oggi proprio la formazione.

Dean di Polimi - Graduate School of Management

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