donne e diritto

Il cammino incompiuto della parità

La costituzionalista Marilisa D’Amico analizza la lunga strada percorsa per colmare un atavico «gender gap», attraverso norme (incluse le più recenti contro la violenza sulle donne) e interventi della Corte. Ma non basta

di Eliana Di Caro

Illustrazione di Franco Matticchio

4' di lettura

Vent’anni di studio, ricerche, lezioni, incontri pubblici. La costituzionalista Marilisa D’Amico dichiara sin dal capitolo introduttivo quanto lettrici e lettori troveranno nelle pagine di Una parità ambigua: una summa, puntuale e chiara, del cammino delle donne sulla strada della parità. Il punto di vista è giuridico, il che sostanzia il discorso e costringe anche a fare un bilancio tra conquiste ottenute, mancata applicazione delle leggi, insufficienza delle stesse norme.

Il volume si apre con un saggio dedicato alle radici antichissime cui risale la subalternità della donna, ancora oggi condizionanti perché hanno nutrito stereotipi culturali attecchiti nella nostra società: è «la sensazione di inadeguatezza che nasce dalla colpa originale, quella di Eva e di Pandora», sottolinea l’autrice, o la visione romana della donna quale angelo del focolare. Di qui prende le mosse il percorso tutto in salita della battaglia per il diritto di voto, del momento straordinario delle Costituenti (un esempio di unità, nella trasversalità dei colori politici: dato di cui si è persa la memoria), della lotta per la libertà procreativa. I capitoli dedicati alla rappresentanza politica e al lavoro sono esemplari nel mostrare i progressi compiuti e al tempo stesso la distanza dagli obiettivi di gender equality. Anche gli sforzi profusi con le “azioni positive”, ad esempio la legge Golfo-Mosca (2011) che ha disposto l’inserimento di figure femminili nei board delle società quotate e delle controllate delle pubbliche amministrazioni, o le quote rosa nei sistemi elettorali per favorire l’accesso delle donne alla politica, non hanno scardinato la routine: il primo doveva essere un provvedimento a termine, e invece è stato prorogato proprio perché - dopo quasi un decennio - la predominanza di uomini nelle posizioni apicali non è stata corretta; le seconde non hanno comportato un reale impatto decisionale delle candidate elette.

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Alla vigilia del 25 novembre, giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Onu nel 1999, di particolare interesse sono le pagine riservate a questo tema, che evidenziano il ritardo - culturale e legislativo - dell’Italia. Un Paese in cui il matrimonio riparatore e il delitto d’onore sono stati cancellati solo nel 1981; in cui il reato di violenza sessuale quale delitto contro la persona è stato configurato addirittura nel 1996. In questo scenario, gli ultimi provvedimenti costituiscono dei passi avanti, ma certamente il quadro normativo va potenziato. D’Amico richiama, tra le altre, la legge sullo stalking, quella che istituisce il “Codice rosso”, ossia l’introduzione di una corsia preferenziale per le vittime di violenza che devono essere ascoltate dal pm entro tre giorni dai fatti. Resta il fatto che c’è un femminicidio ogni tre giorni (come ci ricorda in questo periodo la campagna del ministero delle Pari Opportunità sui canali della Rai, segnalando il numero verde 1522), che le molestie sul luogo di lavoro sono un fenomeno sempre più preoccupante, che continuano a essere pochissime le donne che denunciano, bloccate dalla paura, dalla vergogna, dall’incognita del dopo. E quando si aggiungono eventi imponderabili come quello del Covid, la situazione di case che potrebbero trasformarsi in gabbie rischia di divenire insostenibile.

Tra i fattori che concorrono a creare un clima favorevole al terreno della violenza e della degradazione della donna ci sono la comunicazione e la pubblicità sessiste, su cui, spiega D’Amico, vi è un vuoto normativo. Quante volte abbiamo visto spot o cartelloni con donne seminude, pose ammiccanti, trucco volgare? A differenza di molti Paesi europei, noi abbiamo solo un codice di autodisciplina che si attiva quando rileva casi intollerabili, ma non prevede sanzioni economiche ed è riferito esclusivamente al mondo delle agenzie pubblicitarie (il fronte della comunicazione è ben più esteso). E poiché, commenta con amaro realismo l’autrice, le vendite e gli incassi generati dal corpo di una donna sono alti, è indispensabile una legge di carattere nazionale.

Non si può purtroppo dar conto qui di tutti gli argomenti affrontati in Una parità ambigua, ma è doveroso un cenno a un tema per il quale dei correttivi andrebbero rapidamente attuati: quello dell’intelligenza artificiale. Un mondo in cui la ricerca e la costruzione degli algoritmi che lo regolano è dominato dagli uomini, «vista la bassa percentuale di scienziate e ricercatrici in ambito informatico». Ne consegue che gli algoritmi risulteranno di per sé discriminatori (mutatis mutandis, succede già nella medicina e in tante altre aree, come ha spiegato bene Caroline Criado Perez in Invisible woman, tradotto in Italia da Einaudi) e contribuiranno, osserva l’autrice «a peggiorare la condizione lavorativa delle donne dal momento che questi settori oggi e nel futuro assicureranno le maggiori possibilità occupazionali».

La ricognizione di D’Amico, sorretta dalla competenza e da un linguaggio accessibile, è preziosa anche per i non addetti ai lavori. L’auspicio è che ci siano presto le condizioni di una svolta dirimente nel cammino della parità. Che, al momento, è decisamente incompiuto.

Una parità ambigua. Costituzione e diritti delle donne
Marilisa D’Amico
Raffaello Cortina, Milano, pagg. 345, € 27

Riproduzione riservata ©

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