intervista a XU SITAO

Il capo economista Deloitte China: «Le tensioni Usa-Cina sono il new normal»

di Gianluca Di Donfrancesco

Tregua sui dazi Usa-Cina, scoppia la «pax commerciale»

4' di lettura

«Le tensioni commerciali tra Usa e Cina sono il new normal, dovremo farci l’abitudine». La tregua raggiunta nel fine settimana, seguita dal taglio dei dazi cinesi sull’auto, non risolve i nodi di fondo tra le due superpotenze, secondo Xu Sitao, capoeconomista di Deloitte China, a Milano per il convegno «La Cina nell’economia globale», organizzato da Sts Deloitte e dalla Fondazione Italia-Cina.

Cosa pensa della tregua commerciale tra Stati Uniti e Cina?

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È un fatto molto positivo, ma non mi sorprende, perché i legami economici tra Cina e Stati Uniti sono così stretti da generare una co-dipendenza: se uno dei due volesse far danno all’altro, non potrebbe senza farne a se stesso. Aldilà delle minacce e dei toni retorici, è irrealistico pensare che uno dei due compia mosse avventate.

Ma questa tregua risolve la questione?
Probabilmente no. Basta guardare i quotidiani in Cina e quelli negli Stati Uniti. In Cina i titoli tendono a descrivere il risultato come una viittoria per entrambe le parti. Negli Stati Uniti, invece, sono più prudenti, perché non è stato concordato un obiettivo di riduzione del deficit commerciale Usa. Soprattutto, Pechino e Washington vedono in modo molto differente la causa di questo deficit. Sospetto quindi che i problemi di fondo non siano stati affrontati. Di conseguenza, di tanto in tanto vedremo riemergere tensioni commerciali, per esempio, se l’economia americana rallentasse e il dollaro si rafforzasse sullo yuan.

La Cina si è impegnata a importare di più dagli Usa. In che modo può farlo?
Escluderei con il rafforzamento della moneta: è vero che stimolerebbe l’import, ma non necessariamente quello dagli Usa. Pechino può abbassare i dazi, come ha appena fatto sull’auto. Ma non sono sicuro che neppure questo possa ridurre il deficit Usa nell’immediato. Un’altra strada è quella delle commesse pubbliche, siano aerei o prodotti agricoli, anche considerando il peso delle aziende di Stato nell’economia del Paese. Bisognerebbe, però, chiedersi quali conseguenze avrebbe sull’import dall’Europa: se cioè riorientare gli acquisti dei soggetti pubblici a vantaggio dell’export Usa possa generare un effetto sostituzione a scapito di prodotti tedeschi o italiani, per esempio. Ma è presto per dirlo. Di sicuro, la Cina aumenterà le importazioni dagli Usa in settori come agroalimentare ed energia.

L’Amministrazione Trump ha messo nel mirino il piano Made in China 2025 e ha chiesto a Pechino di smettere di sostenere i settori più innovativi della sua industria. La Cina può fare concessioni su questo punto?
Mi sembra molto difficile. Come potrebbe Pechino promettere agli Usa che non farà nulla per migliorare la propria industria? Non sarebbe giusto. Trovo significativo che Made in China 2025 sia diventato un tema di scontro prima con l’Europa, e soprattutto con la Germania, già l’anno scorso, e solo qualche mese fa con gli Stati Uniti.

Nemmeno sulla tutela della proprietà intellettuale, nell’accordo di sabato scorso, c’è molto.
Quello sulla violazione della proprietà intellettuale, o del suo forzato trasferimento da aziende straniere ad aziende cinesi, è un problema qualitativo, non c’è un numero che possa essere indicato come obiettivo, come invece può avvenire sul deficit.

In caso di scontro commerciale, a parte alzare a sua volta i dazi, quali ritorsioni potrebbe decidere la Cina?
Potrebbe colpire le aziende Usa in Cina, ma spero non ci si arrivi. Non credo che Pechino sanzionerebbe le società Usa nel Paese. Con il peso che le imprese di Stato hanno, credo che Pechino avrebbe ampi margini di intervento attraverso la gestione delle commesse pubbliche.

Quali lezioni si possono trarre dalla vicenda di Zte?

Diverse. In Cina, molte società vedono il rispetto delle regole come un costo aggiuntivo. È la cultura cinese. La lezione del caso Zte per le aziende cinese è che in molti Paesi, rispettare le regole è necessario. Credo che la vicenda Zte funzionerà come un campanello d’allarme. Inoltre, le aziende cinesi hanno la tendenza a sottovalutare il rischio geopolitico, ora dovranno imparare a prenderlo sul serio.

Gli Usa accusano la Cina di essere il vero Paese protezionista e mercantilista. Una visione spesso condivisa in Europa. È proprio così?
Credo sia difficile usare giudizi così netti. Il dialogo economico strategico tra Usa e Cina inizialmente era concentrato sulla svalutazione dello yuan. Non credo che oggi nessuno possa ancora dire che lo yuan sia sottovalutato. Anzi, forse il tasso di cambio attuale è troppo alto. Da questo punto di vista, quindi, non si può certo dire che la Cina adotti politiche mercantiliste. I dazi cinesi sono alti, vero, ma non sono i più alti del mondo. Pechino ha di sicuro molti margini di miglioramento: può abbassare i dazi e può aprire l’accesso al mercato nel settore dei servizi.

Gli Usa vorrebbero avere l’Europa dalla propria parte nel confronto con la Cina. Ma sarebbe nell’interesse dell’Europa?

Come leader dell’Occidente, gli Usa devono lottare per un bene superiore. Non possono lottare solo per il proprio interesse, perché rischierebbero di non essere seguiti nel lungo termine. Se gli Usa spingono la Cina ad abbassare i dazi e ad aprire l’accesso al mercato, questo farebbe l’interesse di tutti e l’Europa potrebbe affiancarli. Se invece gli Usa si muovono fuori dal sistema multilaterale e ottengono dalla Cina vantaggi solo per sé, e che si traducono in svantaggi per gli altri, allora non ci sarebbe ragione per l’Europa di stare al fianco degli Usa.

La Wto è nel mezzo del tiro incrociato tra Usa e Cina e tra Usa e Ue. Non rischia di andare in frantumi?
Temo che questa situazione stia indebolendo la Wto. Gli Usa chiedono alla Cina di rinunciare a ricorrere all’Organizzazione per il commercio contro le sue decisioni. Per la Cina questo è difficile da accettare, perché significherebbe non avere più un arbitro imparziale. Dire che la Wto rischia di andare in frantumi mi sembra però eccessivo. Certo, rischia di essere marginalizzata.

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