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Il Caravaggio di Tolosa alla prova del mercato

di Stefano Cosenz


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«Giuditta che decapita Olofene»

7' di lettura

Caravaggio torna in scena in questi giorni nel mercato internazionale dell'arte. Se sei affascinanti opere del Merisi, testimoni della sua presenza a Napoli tra il 1606 e il 1610 e dell'influsso che la città partenopea ebbe sull'artista, sono esposte a Capodimonte alla mostra “Caravaggio Napoli” curata da Sylvan Bellenger e Cristina Terzaghi aperta fino al 14 luglio, in Francia un'altra opera “attribuita” a Caravaggio - sarebbero quattro le opere ancora in mani private delle 68 esistenti nelle collezioni dei musei di tutto il mondo - sta per tornare sul mercato decaduto il vincolo di prelazione del Ministère de la Culture: il dipinto “Giuditta che decapita Olofene”, scoperto in una soffitta di una dimora di Tolosa nel 2014, e dichiarato “Trésor Nationale” dallo Stato francese, che dopo 30 mesi di analisi ha rinunciato a comprarlo per il Louvre o altro museo francese, come anticipato nel servizio su ArtEconomy24 del 30 gennaio scorso.

L'opera infatti, esposta alla Pinacoteca di Brera , aveva suscitato tra gli studiosi molte perplessità che avrebbero prevalso sulle certezze iniziali. Eppure, malgrado questo rifiuto, sono diverse le motivazioni che hanno convinto i possessori a proporla il prossimo 27 giugno all'asta a Tolosa, presso Marc Labarbe , con una stima di 100-150 milioni di euro, una cifra assai vicina alla stima del “Salvator Mundi” di Leonardo da Vinci di 120 milioni di dollari aggiudicata nel 2017 da Christie's a New York per 450 milioni. L'opera, considerata autentica di Caravaggio, si trova in eccellente stato di conservazione.

ArtEconomy24 ha chiesto a Eric Tarquin le sue opinioni a riguardo. Tarquin è a capo della Eric Tarquin Expertise fondata nel 1987 a Parigi, azienda specialista in dipinti di Old master e ben nota per le numerose scoperte che hanno realizzato in tale settore, come del celebre dipinto di Nicolas Poussin, “Saint Frances of Rome” acquistato dal Louvre. Membro del Syndicat Français des Experts Professionnels dal 1990, Eric Tarquin ha offerto servizi come esperto di dipinti antichi per 380 case d'asta in Francia e nel mondo.

Perché il Louvre avrebbe rinunciato. “Già nel 2015, Monsieur Jean-Luc Martinez, direttore del Louvre, quando vide il dipinto confessò che l'opera era fuori della portata finanziaria del museo, perché la cifra richiesta (120 milioni di euro) corrispondeva a 15 anni di acquisti da parte del Louvre e non era possibile trovare altro museo francese che poteva permettersi di spendere tale importo. Inoltre il Louvre ha già tre dipinti importanti di Caravaggio, ciascuno che rappresenta una sua particolare epoca, la giovinezza, la maturità e l'epoca tarda. Inoltre il Museo di Rouen possiede un capolavoro dell'artista realizzato durante il suo periodo napoletano (lo stesso periodo in cui venne realizzata la Giuditta), come pure il Museo di Nancy che custodisce un'”Annunciazione” proveniente dalla collezione del duca di Lorrain”.

Argomenti tecnico-artistici. “Dal 2014, quando l'opera venne scoperta, sono state fatte numerose ricerche su questi dipinto”, spiega Tarquin ad ArtEconomy24. “Nei primi due anni, segretamente per poter lavorare in tranquillità e poter costruire la nostra opinione personale, abbiamo analizzato l'opera ai raggi X, il che ha confermato che il dipinto è un originale. Non solo, corrisponde perfettamente alla descrizione data nel settembre 1607 da Francis Pourbus che vide la Giuditta nello studio di Louis Finson , il primo proprietario del dipinto di Caravaggio. Nell'estate del 2016, il dipinto fu analizzato accuratamente da Claudio Falcucci con la supervisione di Rossella Vodret, il che portò a nuove conferme a favore dell'attribuzione a Caravaggio: il tipo di tela usata, il pigmento bruno usato per il primo strato della pittura, la tecnica a risparmio (la campitura, ovvero la stesura del colore usata da sfondo all'immagine rappresentata, veniva lasciata a vista), i pentimenti multipli (ovvero i cambiamenti del disegno effettuati in fase avanzata del dipinto), la straordinaria energia del dipinto e la qualità dei suoi dettagli inanimati. Il meraviglioso pesante drappeggio rosso, il lenzuolo del letto quasi palpabile e la testa di Giuditta, con le sue labbra sensuali e lo sguardo determinato che non possono che confermare l'attribuzione a Caravaggio” (tutte le analisi e le opinioni sul restauro sono riportate nel sito www.thetoulousecaravaggio.com).

Il Caravaggio di Tolosa

Il Caravaggio di Tolosa

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“Va inoltre puntualizzato che fino alla ricomparsa del dipinto di Tolosa, l'opera esposta a Palazzo Zevallos a Napoli, copia della Giuditta realizzata da Louis Finson, è stata esposta e pubblicata in ogni dove come copia dell'originale appartenuto allo stesso Finson, e scomparso dopo la morte dell'artista avvenuta ad Amsterdam nel 1617 (ci sono prove che il dipinto fosse ad Anversa a fine XVII secolo per ricomparire in Francia fine del XVIII secolo). Ora che l'opera originale attribuita a Caravaggio è stata restaurata da gennaio, le straordinarie qualità del dipinto sono state rilevate assieme ai pentimenti, oggi visibili in parte a occhio nudo. Tengo a precisare che quanto esposto non fa parte solo della mia personale opinione, ma anche dei principali conoscitori dell'opera di Caravaggio: Jean-Pierre Cuzin, Rossella Vedret, Nicola Spinosa, John Gash, David Stone, Catherine Puglisi, Guillaume Kientz e in ultimo, ma non ultimo, di Keith Christiansen, a capo della pittura europea presso il Met di New York)”.

Hanno detto di Giuditta. ArtEconomy24 ha raccolto alcune dichiarazioni di autorità internazionali della storia dell'arte, al di fuori del gruppo di esperti consultati da Eric Taquin Expertise, rilasciate sia a favore dell'autenticità dell'opera, che contrari. Innanzitutto Keith Christiansen, responsabile del Dipartimento di Dipinti Europei del Met di New York: “convinto della sua autenticità sin da quando ha potuto visionare nel maggio 2015”.

Nicola Spinosa, ex direttore del Museo di Capodimonte a Napoli, si era già espresso a favore dell'opera nel giugno 2015: “un esame dello stie dell'opera ci permette di identificarlo in un originale di Caravaggio, che fino ad ora si riteneva perduto”.

John Gash, dell'Università di Aberdeen, nel 2017: “Non solo le caratteristiche tecniche ma anche gli aspetti stilistici del dipinto dimostrano che è indubbiamente mano di Caravaggio e, a mio parere, lo collocano tra quelli realizzati a Napoli fra il settembre 1606 e il giugno 1607, come d'altronde confermato dai documenti di archivio”.

Rossella Vodret, autrice di numerosi libri su Caravaggio e curatrice della mostra “Dentro Caravaggio” al Palazzo Reale di Milano nel 2017: “i personaggio dell'opera furono dipinti utilizzando le più significative tecniche dell'artista, come tipo di tela, linee incise, schizzi, tecnica a risparmio e sarebbe strano ritrovare tutte queste tecniche nello stesso dipinto non attribuibile a Caravaggio”.

David Stone, professore di Storia dell'arte all'Università americana di Delaware: “la Giuditta di Tolosa presenta, nell'attraente figura vestita in nero, una delle più potenti eroine di Caravaggio. Si presenta all'osservatore in un modo che anticipa lo sguardo del ragazzino nell'opera custodita al Louvre “Ritratto di Wignacourt ed un paggio” realizzato a Malta nel 1608. In base alla qualità del suo capo e del suo drappeggio (ed il sublime trattamento della tenda rossa sul retro), ritengo l'attribuzione della tela a Caravaggio convincente”.

Per Jonathan Jones ci sono anomalie che privano il dipinto di potenza psicologica. Per il critico d'arte britannico de The Guardian e giudice nel 2009 di The Turner Prize : “Ci sono stranezze in questo dipinto e in contrasto con la sua finezza. Quando Caravaggio apparve a Roma nel 1592, sapeva già dipingere la frutta con accuratezza, come pure i riflessi nell'acqua. Alla fine degli anni novanta del XVI secolo, era in grado di approfondire le ombre e intensificare la luce. Poi dopo il fatto di cronaca che lo vide uccidere un uomo e fuggire da Roma nel 1606, il suo stile cambiò di nuovo e divenne fumosamente poetico. Il fatto è che la Giuditta di Tolosa non si adatta a nessuno di questi periodi caravaggeschi. L'opera risulta molto più crudamente illuminata di altre sue opere realizzate a Napoli tra il 1606 e il 1607. Dopotutto questo avvenne quando realizzò “Le sette opere della Misericordia” e la “Flagellazione “, dipinti visionari realizzati con luce argentea e spessa tenebrosità notturna per creare una nuova specie di suggestione emotiva. Dove sono qui le ombre? Giuditta tiene la sua spada in basso, ma solo una lieve oscurità la circonda. Non c'è nulla di quelle macchie di inchiostro avvolgente che inghiottono la luce tipiche delle tele di Caravaggio. Il suo “Ritratto di un Cavaliere” di Malta, creato intorno al 1608, mostra un uomo con la sua mano sulla spada. Essa luccica di ombra profonda molto più della cruda materia in cui è realizzata la spada di Giuditta. Caravaggio conosceva le sue lame; esse catturavano la luce in riflessi minacciosi. Al contrario, le spada di questo dipinto è una piatta banda di grigio toccata dalla fissità di una luce bianca. Questo uso insensibile della luce è semplicemente l'opposto del caravaggismo e priva il dipinto di potenza psicologica. Caravaggio non gioca mai con la luce e con l'ombra: lo splendore di un viso o di un corpo emergente dalle tenebre ci guida verso lo scopo e significato del dipinto stesso. Nella Giuditta di Tolosa, la capacità del dipinto di esprimere drammaticità e narrativa sembrano fallire. Una composizione senza direzione, lenta, fa il resto. Giuditta appare distratta. Non investe abbastanza sforzo nel compiere l'omicidio. Il modo in cui tiene la spada è fiacco come lo è pure il modo in cui afferra i capelli di Olofene.
È difficile pure osservare il viso grottesco e gozzo della vecchia donna. Perché la serva di Giuditta sembra un mostro? Sembra una presenza casuale, distruttiva nel mezzo del dipinto. Il viso con lo sguardo mortale di Holofene fa apparire la scena più come un film zombie che un dipinto di Caravaggio. Come pure il viso di Giuditta sembra più fiammingo che mediterraneo, più creazione di Jordaens che di Caravaggio. La sua carne bianca come il burro è molto più paffuta di quella che Caravaggio soleva dipingere. Le sue donne hanno fattezze lisce, allungate che provengono dal Rinascimento”.
Jonathan Jones conclude di non avere idea quando l'opera venne dipinta, né da chi, né dove. “Ma attribuire questa “sciatta” Giuditta e Olofene a Caravaggio, è un insulto alla sua finezza”. È chiaro che la risposta finale a questi dibattiti spetti al mercato e ai risultati dell'asta attesa per il 27 giugno. Chissà poi se altre indagini sapranno aggiungere un nuovo capitolo a questa storia. Aspettiamo di vedere chi comprerà il dipinto.

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