Giustizia

Il carcere che «ripara»: storia di un “bullo” diventato educatore

Attraverso una storia vera il libro di Andrea Franzoso racconta un modello “virtuoso” in cui la detenzione diventa una strumento di recupero e reinserimento, così come previsto dall’articolo 27 della Costituzione

di Serena Uccello

4' di lettura

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Così l'articolo 27 della nostra Costituzione. Questo il principio, ma la realtà? Quanto davvero la detenzione è anche uno percorso di recupero e di reinserimento? Il dato italiano sul tasso di recidiva è impietoso: il settanta percento indica l'affanno di un sistema che non riesce né a salvare né a salvarsi.
Esistono tuttavia eccezione che confermano quanto il contrario, cioè la creazione di un sistema pienamente centrato sul dettato costituzionale, sia possibile. Quanto cioè la detenzione può essere può essere sia percorso penale che trattamentale.

Un altro carcere

Una di queste eccezioni è la storia di Daniel Zaccaro, raccontata da Andrea Franzoso in “Ero un bullo” - in libreria per DeAgostini dal 11 gennaio -, e presentata in anteprima da Franzoso presso la comunità Kayrós insieme al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, alla direttrice dell'istituto Beccaria, Cosima Buccoliero, e al cantante Marracash.

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«Alle 19 portarono Daniel in carcere. Seduto sul sedile posteriore, si sentiva completamente stordito. Guardava fuori dal finestrino e non vedeva niente. Superato il semaforo di via Inganni, il carabiniere alla guida lo guardò tramite lo specchietto retrovisore e cercò di sdrammatizzare con una battuta: «Ci siamo quasi, Zaccaro. Benvenuto al Grand Hôtel». Daniel sbuffò dalle narici abbozzando un sorriso. Il militare che gli sedeva accanto tentò di rassicurarlo: «Tranquillo, due mesi al massimo e sarai fuori. Sei giovane, cerca di mettere la testa a posto». E poi arrivarono davanti al cancello del Beccaria. Quando lo vide spalancarsi lentamente davanti a sé, Daniel sentì stringersi un nodo alla gola. Superato quel portone, sarò segnato per sempre: un delinquente. Questa considerazione era accompagnata da sentimenti confusi: angoscia e assegnazione ma anche orgoglio e ribellione. Nella mente di Daniel era in corso una guerra».

Daniel vive a Quarto Oggiaro, un quartiere difficile alla porte di Milano, in famiglia pochi soldi e tante liti. Cresce per strada, in cortile e alle medie Daniel diventa un bullo temuto da tutti.

Oltre alle regole non scritte, che andavano in qualche modo rispettate, rimaneva un ostacolo non da poco: il suo aspetto fisico. Daniel era il più piccolo della classe, e questo per lui era inaccettabile. Sapeva di avere coraggio da vendere, e doveva trovare l'occasione giusta per dimostrare quello che valeva. Curioso, sveglio, non vedeva l'ora di mettersi alla prova».

E come tutti i bulli ambisce alla “carriera criminale”: violenze, pestaggi, furti, rapine. «Il 4 novembre 2007, mentre andava a scuola in treno, assieme a Maxim e a Dennis aveva picchiato un ragazzo. Gli avevano sferrato un pugno in faccia per strappargli di mano il cellulare. Il ragazzo che aveva subito l'aggressione si era messo nelle mani di un avvocato, e ne era uscito un casino. E Rita si ritrovava a dover pagare dei bei soldi di anticipo al legale che aveva rimediato per il figlio. Ma quello era soltanto l'inizio».

Fino a quando non finisce al carcere minorile: adolescente indomabile, carico di rabbia e aggressività. Per tutti è un ragazzo perduto, irrecuperabile. La svolta arriva con l'incontro con il cappellano del “Beccaria”, don Claudio, e l'affido alla sua comunità. Ma proprio quando sembra aver messo la testa a posto, ricade in errore e viene arrestato di nuovo. Stavolta finisce a San Vittore. Daniel si sente smarrito, pensa di aver deluso tutti. Ma don Claudio non lo abbandona. E di lui si prende cura anche una professoressa di lettere in pensione, Fiorella, che fa la volontaria in carcere.

«L'unico sollievo arrivava dai libri. Ogni sezione del carcere aveva una stanza adibita a biblioteca. Per Daniel quel luogo diventò una scatola magica: si chiudeva dentro e si perdeva fra gli scaffali immergendosi nelle pagine dei volumi. Lì si sentiva finalmente libero. E poi, la biblioteca era tutta per lui: non ci andava nessun altro».

Daniel riprende così gli studi che aveva interrotto, si diploma, decide di iscriversi all'università. Oggi fa l'educatore, e aiuta altri ragazzi difficili a cambiare strada.

«2 marzo 2020, Campetto da calcio di Kayrós. Mentre raggiungeva in macchina la comunità, Daniel si ricordò che quel giorno ricorrevano dieci anni dal suo primo arresto: Dieci anni, sembra impossibile…».

La giustizia che “ripara” e riabilita

Nella storia di Daniel ci sono due elementi fondamentali che delineano il suo recupero: l'incontro con i libri, l'istruzione, e l'incontro con adulti autorevoli. Un aspetto questo che ha sottolineato la direttrice del Beccaria, Cosima Buccoliero: «Questo libro è un libro importante per i ragazzi, perché apre loro una speranza, li spinge a superare le difficoltà e a pensare che un’altra storia è possibile sempre. Ma è un libro necessario agli adulti perché ci insegna l’importanza dell’essere credibili. Si sofferma sulla necessità di comunicare con i più giovani. E poi è un segnale di ottimismo per noi operatori che dobbiamo avere sempre chiaro qual è il nostro obiettivo. E il nostro obiettivo è aiutare i ragazzi ad impiegare il tempo della pena in un modo che consenta loro di superare le fasi più critiche ed intanto acquisire strumenti per nuove opportunità».

«Dobbiamo creare tutte le condizioni, le risorse e gli strumenti, anche in un momento di pandemia come questo, per creare le giuste condizioni che favoriscano la rieducazione nelle carceri», ha sottolineato il ministro della Giustizia, Marta Cartabia. In questo senso «è necessario soprattutto dedicarsi alla formazione di tutto il personale della Polizia Penitenziaria, anche perché tante volte è proprio da loro che parte un’occasione», ha aggiunto il guardasigilli. L’articolo 27 della Costituzione Italiana «deve essere una finestra aperta per tutti, in vista di una seconda possibilità. Più che una speranza è una certezza perché c’è tutto un coro e una comunità che rende possibile questa scintilla di fiducia e di certezza», ha concluso Cartabia.


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