Filiera

Il caro energia investe la moda, fabbriche tessili a rischio stop

Il presidente Smi, Sergio Tamborini: «Nel breve periodo occorre fermare la speculazione, oltre a calmierare i prezzi, nel medio bisogna ripensare la politica energetica»

di Giulia Crivelli

 Le imprese «nobilitatrici» lavorano per grandi e piccoli marchi e sono le più energivore del sistema moda

4' di lettura

La forza della filiera italiana del tessile-moda sta nella sua qualità e completezza, caratteristiche uniche nel panorama mondiale, alle quali si aggiungono flessibilità e capacità di innovazione. Ma questa frammentazione e la presenza di migliaia di Pmi – in particolare nella parte a monte della filiera, più manifatturiera e legata alle lavorazioni tessili – sono anche la fragilità del sistema, che il caro energia rischia di trasformare in autentica crisi, avverte Sergio Tamborini, che da pochi mesi ha raccolto il testimone da Marino Vago come presidente di Sistema moda Italia.

Platea di piccole imprese e terzisti, nei distretti

«Ho partecipato all’incontro organizzato a Torbole Casaglia qualche giorno fa, dove imprese di settori notoriamente energivori come vetro, carta, ceramica, siderurgia e automotive hanno lanciato l’allarme – spiega Tamborini –. Mi unisco a loro perché la parte a monte della nostra filiera è altrettanto energivora e allo stesso tempo è essenziale per l’intero sistema». Smi è la componente più importante di Confindustria Moda in termini di fatturato e addetti e Tamborini è anche amministratore delegato di Ratti (gruppo Marzotto), leader nella lavorazione di tessuti in fibre nobili, presente inoltre sul mercato con un suo marchio e con prodotti finiti.

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Come presidente di Sistema moda Italia pensa soprattutto a un altro tipo di aziende, attive esclusivamente nella filatura e tessitura, e ai cosiddetti nobilitatori, imprese che tingono e stampano e che si trovano in tutti i distretti tessili, da Como a Prato, passando per Biella. «Si tratta soprattutto di aziende di piccole e medie dimensioni che lavorano come terzisti: non hanno marchi propri e da sempre possono contare su margini ben diversi dalla parte a valle della filiera – sottolinea Tamborini –. Ma non possiamo sottovalutare le loro difficoltà, perché da queste aziende dipende il funzionamento dell’intera filiera italiana: il pericolo è che alcune sue parti vengano delocalizzate, ad esempio in Turchia». Conosciuto e apprezzato per la sua lucidità e capacità di analisi, ma anche per la schiettezza – come manager, imprenditore e protagonista del mondo associativo – Sergio Tamborini non usa mezzi termini: «Il caro energia può portare allo stop degli impianti: oggi produrre costa più che restare chiusi. Stop che possono diventare definitivi perché molte aziende non hanno la forza contrattuale di scaricare gli aumenti dell’energia sui listini. E anche se ci riuscissero, almeno in parte, gli aumenti arriverebbero, anello dopo anello, ai prodotti finiti, frenando la ripresa che ha caratterizzato il tessile-moda-accessorio almeno fino a settembre».

Sergio Tamborini, presidente di Sistema moda Italia

Dal cotone al cashmere, rincari anche sulle materie prime

Nel breve periodo il presidente di Smi vede un’unica soluzione: intervenire sulla speculazione, iniziando dal fenomeno delle vendite allo scoperto. «È giusto che il Governo pensi alle famiglie, calmierando le tariffe con risorse pubbliche extra e in parte può servire anche alle imprese, ma non sono interventi sostenibili a lungo – aggiunge Tamborini –. Il premier Draghi ha fatto appello alle grandi aziende del settore perché facciano la loro parte, visti i profitti che la situazione assicura loro da mesi. Ma forse questa “spinta gentile” non è sufficiente, servono interventi più decisi prima che sia troppo tardi. Ricordo che sulla filiera del tessile-abbigliamento pesano da mesi altri aumenti di materie prime, dal cotone al cashmere, e dei prodotti chimici necessari alle aziende del monte».

Superata la crisi, ammesso che la politica trovi il tempo di concentrarsi su questo e non sulla corsa al Quirinale, lascia intendere Tamborini, occorre ripensare la politica energetica di medio e lungo termine. «Più che ripensare dovremmo dire costruire: sono almeno vent’anni che su questi temi il Paese, la classe politica in particolare, non ha la visione necessaria – conclude il presidente di Sistema moda Italia –. Nelle ultime settimane si è tornato a parlare dei giacimenti di gas che l’Italia possiede ma non sfrutta e si è rianimato il dibattito sul nucleare, pensando a quello di nuova generazione sul quale riflette pure la Francia. Ma dobbiamo essere molto chiari e realisti: anche impostando una seria politica energetica sul gas o su nuove trivellazioni per il petrolio, ci vorranno circa due anni per vedere i primi risultati e per il nucleare saliamo almeno a dieci. Non possiamo permetterci tempi così lunghi».

La catena (virtuosa) interrotta dal Covid

Oltre agli interventi su speculazione e vendite allo scoperto (che stanno avendo effetti negativi anche sui trader dell’energia di medie dimensioni), Tamborini suggerisce alle istituzioni che hanno il potere di farlo di sbloccare parte delle riserve energetiche strategiche dell’Italia e ricorda un’ultima criticità: «La filiera del tessile, come tutte le catene del valore globalizzate, era un meccanismo complesso ma apparentemente ben oliato, quasi perfetto. Il Covid è stato il granello di sabbia che ha bloccato ogni catena, a partire dalla Cina, che fino al 2019 si poteva definire la fabbrica del mondo. Ognuno ora faccia la sua parte a livello locale, unica strada per riavviare, in modo più razionale e sostenibile, da ogni punto di vista, ambientale e sociale, l’economia nazionale e quella globale».

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