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Il caso Annarumma e la strategia della tensione

Il saggio di Cesare Vanzella per i tipi di Castelvecchi Editore fa il punto sulle cause di una stagione che insanguinò l’Italia intera

di Armando Torno


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2' di lettura

Nell'anno appena chiuso ci sono state occasioni per riflettere nuovamente, grazie a numerosi libri e a nuove ricerche d'archivio, sulla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969), un atto terroristico che secondo buona parte degli storici ha aperto l'epoca della strategia della tensione. Del resto, l'espressione fu coniata dal settimanale inglese “The Observer” poco dopo il terribile fatto.

Si può discutere a lungo quando la nefasta strategia ebbe inizio, e non mancano studiosi che la retrodatano alla strage di Portella della Ginestra (1947) o al cosiddetto “Piano Solo” del generale De Lorenzo (1964). Ci si può sbizzarrire con altre ipotesi.

Tuttavia, un nuovo riferimento è da tener presente con l'uscita di un libro di Cesare Vanzella (giornalista, già direttore della rivista “Polizia e democrazia”) intitolato “ Il caso Annarumma ” (Castelvecchi Editore, pp. 160, euro 17,50). La tesi in esso contenuta è così riassumibile: con la morte a Milano dell'agente Antonio Annarumma, il 19 novembre 1969, quasi un mese prima di piazza Fontana, inizia sia la strategia della tensione, sia la stagione dei depistaggi.

Il giovane poliziotto morì durante i violenti scontri che coinvolsero lavoratori e studenti e che causarono – scrive Vanzella – ammutinamenti nelle caserme di Milano, Torino e Roma. Nel libro non soltanto sono raccolte le parole dei testimoni ma, per la prima volta, anche quelle degli agenti che presero parte alle sollevazioni. Vanzella ricorda anche le condizioni di servizio di quel tempo dei poliziotti: alloggi scadenti, vitto meno che mediocre, turni massacranti, tensioni continue, scontri.
Due interventi presentano questo libro: uno di Giorgio Benvenuto, sindacalista, che ricorda proprio quel 19 novembre 1969, giorno dello sciopero generale per la casa indetto dalle tre confederazioni; l'altro di Mario Capanna, uno dei leader del '68. Quest'ultimo rammenta “la rivolta dei poliziotti, che tentano di uscire armati dalle caserme per raggiungere L'Università Statale, intenzionati a realizzare una carneficina della vendetta” ed evoca la “gazzarra dei fascisti” ai funerali, ma anche “il loro tentativo di linciaggio nei miei confronti”. Gli studenti, d'altra parte, erano ritenuti gli indiziati principali.

Capanna ha modo di ricordare taluni momenti, anche la sua telefonata al commissario Calabresi; Benvenuto si sofferma su alcune reazioni politiche, da Donat Cattin a Saragat, allora presidente della Repubblica. Di certo, sono commoventi le ragioni che hanno spinto Vanzella a scrivere questo libro: dopo alcuni scontri a Roma, mentre cerca di aiutare una ragazza rimasta contusa, incontra lo sguardo di un agente isolato dai suoi. Tutto fu risolto dai loro occhi: quelli dello studente di allora e quelli di un ragazzo della sua età con la divisa. I due giovani si capirono senza parlare e uno di essi si è commosso. Così è nato questo libro: un omaggio a un altro ragazzo della polizia che perse la vita in una manifestazione.

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