morirono 140 persone

Il caso Moby Prince, un libro inchiesta ricostruisce la strage

di Davide Madeddu


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2' di lettura

Due strade che si incontrano. Attraverso percorsi paralleli ma accomunati da un unico obiettivo: trovare la verità. Pezzo dopo pezzo come in un grande puzzle. La verità da cercare è quella sulla Moby Prince. Il traghetto passeggeri che, appena partito dal porto di Livorno e diretto a Olbia, la sera del 10 ottobre 1991, entrò in collisione con la petroliera Abruzzo dell'Agip ancorata in rada: morirono 140 persone. Francesco Sanna (project manager e comunicatore) e Gabriele Bardazza (libero professionista esperto in ricostruzione eventi catastrofici per consulenze tecniche in ambito penale e civile) quella verità sono andati a cercarla. E il loro lavoro, durato nove anni è oggi raccontato in un libro inchiesta edito da Chiarelettere, Il caso Moby Prince, la strage impunita. Nuove rivelazioni e documenti inediti.

Un lungo viaggio tra carte processuali, inchieste giudiziarie e una parlamentare e archivi. «Abbiamo iniziato a occuparci della vicenda camminando su strade diverse – spiega Francesco Sanna – io andavo a incontrare i parenti delle vittime perché stavo realizzando un documentario, Gabriele venne contattato per via della sua esperienza professionale, dai parenti del comandante della nave». Il resto è un lungo lavoro tra carte archiviate, e ricordi di testimoni. E domande, che i due autori ripongono nel lavoro che in circa 200 pagine cerca di compattare e comprimere storie e documenti elaborati e ricostruiti in 27 anni. Una sorta di sintesi che cerca di narrare una storia contenunta in più di 17mila pagine distribuite in 17 fascicoli.

Francesco Sanna e Gabriele Bardazza compiono una vera e propria indagine privata. Vanno a cercare elementi negli archivi, studiano fascicoli. E ascoltano le persone in giro per l'Italia. Indagano e sostengono i familiari delle vittime che continuano a fare domande. E non si fermano neppure quando viene istituita la commissione parlamentare d'Inchiesta. E poi raccontano in un libro che affronta l'intera vicenda in “maniera laica”, mettendo sullo scenario tutto quello che c'è già.

«Ero stato chiamato dal figlio del comandante Chessa durante la fase dell'archiviazione – racconta Bardazza-. Ci aveva raccontato la vicenda e ci aveva lasciato come unico documento la richiesta di archiviazione». Poi la lettura dei documenti e la necessità di scavare e catalogare, collegare e allineare. E i dubbi che cominciano a presentarsi. E la necessità di fare chiarezza. Poi la decisione di raccontare la storia in un libro. «È un libro che ho scritto e abbiamo scritto per quel senso di ingiustizia che ho sentito e abbiamo sentito tutti quanti quando abbiamo portato avanti questo lavoro».

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