filiera alimentare

Il cibo made in Italy «non basta più»: cresce il peso dei brand locali

Le aziende legate al territorio coprono dall’8 al 10% delle vendite nei supermercati. Tra le aziende più radicate quelle del lattiero-caseario, pastifici e torrefazioni

di Manuela Soressi

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Le aziende legate al territorio coprono dall’8 al 10% delle vendite nei supermercati. Tra le aziende più radicate quelle del lattiero-caseario, pastifici e torrefazioni


3' di lettura

Localismo è una delle parole-chiave per capire l'evoluzione del largo consumo in Italia. Dopo il lockdown, il 62% dei consumatori ritiene importante che un prodotto alimentare sia tipico/legato a una specifica zona e il 58% che sia fatto da piccole aziende del territorio, come emerge da un report realizzato da Nomisma per Cia.

L'avvento del Covid ha dato un colpo di acceleratore a una tendenza già in atto, rendendola più diffusa e visibile. Già prima della pandemia le aziende e i brand locali valevano in media l'8% delle vendite alimentari della Gdo (fonte Iri, iper+super), ma in cinque regioni la loro quota superava il 10%. La più “campanilista”, anche per ragioni geografiche e logistiche, è la Sardegna, con il 17,5% delle vendite di alimentari appannaggio dei prodotti isolani. Ma chi c'è dietro questi prodotti e chi sono i campioni del territorio?

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A ogni marchio la sua regione

«Sono centinaia di grandi aziende e migliaia di pmi – spiega Nicola De Carne di Nielsen – Tra le aziende con oltre un milione di euro di fatturato sono 690 quelle realizzano almeno il 50% del loro business in una sola regione, come Citterio e Rigamonti in Lombardia, e Arborea in Sardegna. Molto più numerose sono le aziende più piccole, le cui vendite sono concentrate per almeno il 70% nella loro regione: questo dato rispecchia la ricchezza e la biodiversità del tessuto produttivo italiano. E mostra come le aziende locali abbiano saputo restare competitive, cavalcando le nuove tendenze di mercato, e spesso anche affiancando ai loro brand anche la produzione in contoterzi»

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Paradossalmente la riscoperta delle aziende locali deve molto alla crescita delle private label: da un lato perché i retailer hanno cercato partner produttivi specializzati e con standard più alti, dall’altro perché hanno sviluppato linee premium che valorizzano le produzioni locali, di nicchia o artigianali. E le pmi sono state il bacino d’elezione a cui attingere per realizzarli.

«I prodotti del territorio sono fondamentali per l'assortimento di un retailer, e in particolare per noi che riuniamo imprenditori locali e siamo forti nei negozi di prossimità - afferma Alessandro Camattari, direttore commerciale e marketing di D.IT, Il gruppo distributivo creato da Sigma, Sisa e Coal –. Infatti da noi hanno una quota più alta della media (10-12%), differenziano l'offerta ed esprimono il legame dei nostri soci con il territorio. Continueremo a investirci, come stiamo facendo con la linea Gusto&Passione Selezione Slow Food, composta da 10 prodotti, tra birre artigianali e pasticceria, e che si espanderà anche a vini, salumi e formaggi locali, per arrivare a una trentina di referenze».

L’arrivo dei grandi gruppi industriali

L'interesse per le specialità regionali, sempre più vendute anche al di fuori della loro terra d'origine, ha trasformato i leader locali in bocconi interessanti per grandi gruppi industriali interessati ad arricchire la loro offerta con brand “identitari” e ben radicati nel loro territorio. Come ad esempio ha fatto Heineken comprando Ichnusa, leader in Sardegna, e portandone la birra non filtrata anche nel resto d'Italia.

O come il gruppo Parmalat, che ha affrontato il mercato del latte fresco senza creare una marca nazionale ma puntando invece su un bouquet di forti brand locali, come Lactis a Bergamo, Latterie Friulane in Friuli e Berna in Campania. In Sicilia, in particolare, il gruppo è leader con oltre il 50% quota nel latte e nella panna grazie alla sinergia tra i brand nazionali e i tre marchi locali Sole, Stella e Brio.

«I consumatori sono molto affezionati a questi brand, che connettono le generazioni e rappresentano il ritorno alle proprie radici – spiega la marketing manager latte fresco e latti locali, Simona Barone –. È un legame emotivo, che va oltre il prodotto. I nostri brand esprimono questa vicinanza sostenendo le comunità locali con iniziative concrete, come il latte solidale creato da Lactis per aiutare la bergamasca durante l'emergenza Covid»

Da locale a nazionale

Le aziende regionali più dinamiche sono riuscite anche a diventare leader sovraregionali e competitor importanti nel mercato nazionale o internazionale, come Divella (74% del fatturato fatto in 6 regioni del sud), Kimbo (30% delle vendite in Campania) o Garofalo, che realizza in Lombardia il 28% delle vendite della sua pasta di Gragnano Igp.

In effetti I prodotti tipici della cucina italiana, le specialità locali e i prodotti da filiera sono quelli dove le marche locali hanno un ruolo più significativo, in particolare nel latte fresco (70% di quota), nei vini Doc e Docg (38%), nella pasta fresca ripiena (25%) e nelle uova (25%). E infatti tra le aziende più radicate sul territorio ci sono aziende lattiero-caseario (come Zappalà in Sicilia), cantine, pastifici, torrefazioni (come Quarta Caffè in Puglia, Diesse e Moak in Sicilia) e produttori dolciari, come Gentilini (68% di vendite in Lazio) e Grondona (63% in Piemonte e Lombardia).

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