Cinema e Media

Il cinema come passione

di Andrea Martini


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«Il signor Max» film del 1937 di Mario Camerini con Assia Noris e Vittorio De Sica

4' di lettura

Per quarant’anni, dal dibattito sull’arte degli anni Venti fino a quello sull’autore degli anni Sessanta, molti letterati italiani hanno arricchito il nostro cinema: non solo negli ambiti più connaturali della critica e della sceneggiatura ma anche in quelli, più ibridi, della progettualità, della produzione e persino della tecnica. Tra questi paradigmatica è la figura di Giacomo Debenedetti: critico letterario innovatore, proustiano in tempi acerbi, sedotto dal pensiero freudiano, scrittore raffinato lui stesso, editore, Debenedetti per quattro decadi mantenne con il cinema un rapporto di attrazione che lo indusse a cimentarsi in varie abilità. Il letterato biellese non si limitò infatti a scrivere per decenni di cinema, con passione scevra da zelo. Fu sceneggiatore felicissimo, accorto nell’importare dalla pagina scritta solide strutture narrative e nel rincorrere la concisa scorrevolezza suggeritagli dal cinema americano, ma fu anche meticoloso curatore di doppiaggi, produttore e, più tardi, nel decennio ’46-’56, redattore unico del cinegiornale Settimana Incom; attività condotta con estro e ironia, e probabilmente vissuta come contrappeso alla tardiva chiamata accademica.

Nel primo celebre articolo scritto per Solaria nel ’27 Debenedetti, smussando titubanze precedenti, palesa la sua adesione all’arte cinematografica basandosi - con un acrobatico rovesciamento del sentire corrente - proprio sulla precipua tecnica con cui il cinema riesce a esprimere affetti e sentimenti. Già in quelle pagine si configura la regola aurea a cui risponderanno tutti i suoi scritti, letterari e cinematografici: rigorosa chiarezza espositiva (lo «scrivere troppo bene» molto più tardi rimproveratigli da Saba) aggregata a un’audacia anticonformistica del pensiero.

Meritoriamente La Nave di Teseo, per la scrupolosa cura di Orio Caldiron, ripubblica oggi – in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia - molti dei suoi scritti sul cinema ampliando una fortunata selezione precedente. La lettura di queste pagine stupisce anche chi già conosca la finezza dell’osservazioni e l’ampiezza dei riferimenti con cui Debenedetti affronta il lavorio del critico. Che sia destinata a un quotidiano, un settimanale, una rivista specializzata,una conferenza la parola di Debenedetti esce dall’alveo della critica del tempo sorretta da un’impetuosa curiosità intellettuale: ciò vale per le recensioni, le critiche di singoli film o i ritratti di divi americani. Che a stimolarlo sia l’onomatopea della voce di Topolino, i costumi di Giulietta e Romeo di Cukor rubati a Mantegna , il racconto tutto gioco e superficie scelto da Camerini per Il Signor Max o il sottile accavallamento tra femminile e femminismo come essenza dei personaggi interpretati da Katherine Hepburn, dietro ogni considerazione vi è un riflesso teorico.

Debenedetti possiede gli strumenti per comprendere il fenomeno cinematografico più di molti intellettuali della sua epoca ma s’attiene a una prosa felicemente discorsiva, illuminata da folgoranti annotazioni spesso premonitrici. Che lo sguardo schermico sia frutto dell’incrocio di uno strabico occhio umano e di un preciso occhio meccanico o che il cinema sia il luogo d’incontro tra gli intellettuali e la massa saranno in seguito riprese in contesti culturali diversi. Così come risulta anticipatrice la sua riflessione sul segno cinematografico rispetto alle tesi strutturaliste degli anni Settanta.

Le recensioni dei singoli film (in qualche caso provocatoriamente “attribuiti”, anziché al regista a chi, attore, direttore della fotografia, produttore ha calamitato il lavoro di tutti verso il segno dell’arte) esaltano la sua capacità di sintesi e il suo senso della composizione: poco avvezzo ai preamboli Debenedetti non s’attarda in spiegazioni. Delle pellicole mette piuttosto a nudo il cuore, rileva i motivi d’interesse e della vicenda rende conto con la pertinenza di chi negli stessi anni era sceneggiatore apprezzato. Non a caso spesso sovrappone il proprio racconto al racconto del film piegando così le già evidenti qualità di scrittore a quelle di critico. Quando gli capita di parlare di sceneggiatura Debenedetti sa essere ironico al punto da suggerire un terapeutico ideale viaggio a Hollywood per molti script italiani: ne sarebbero tornati areati e sollevati da quei pesi morti che per lo più li affliggono. Così come non c’è da meravigliarsi che il già accurato direttore di doppiaggi consideri questa pratica un’opportuna integrazione dell’originale; a sorprendere sono gli argomenti usati per difenderla che potrebbero persino incrinare le certezze degli odierni detrattori.

    Le numerose incursioni nell’universo del divismo dettano al critico – qui potremmo dire letterario - le pagine più intense che rendono ragione dell’eleganza del suo stile. Le annotazioni sono sottili, le descrizioni precise, i caratteri scandagliati in rapporto a quell’ amore collettivo che unisce le platee di mezzo mondo. Bertini, Garbo, Dietrich, Hepburn, così come Cooper e Gable non sono volti o corpi ma incandescente materia di proiezioni oniriche che Debenedetti tratta con la consapevolezza dei fenomeni sociali connessi che sarà di Morin e di Barthes. L’odierna riedizione degli scritti cinematografici di Giacomo Debenedetti è tutt’altro che superflua: al di là dell’arricchimento della selezione – ma altri testi rimangono sepolti – ha il merito di ricordare che lo sguardo del letterato travalica spesso per lucidità quello di tutti gli altri nel rendere conto di un’arte che ha il destino di raccontare.

    Cinema: il destino di raccontare

    Giacomo Debenedetti

    A cura di Orio Caldiron, La Nave di Teseo / Centro Sperimentale di Cinematografia, Milano, pagg.381, € 25

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