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Il climate change trasforma l’agricoltura: come difendere le campagne italiane

di Giorgio dell'Orefice


Climate change, cosa succede se non fermiamo il riscaldamento globale

3' di lettura

In un’attività economica come l’agricoltura, le cui fasi sono da sempre scandite dalle stagioni e dai fenomeni atmosferici, i recenti e sempre più evidenti cambiamenti climatici non possono non lasciare il segno. Un’evoluzione che nel tempo ha portato alla riduzione delle differenze tra le stagioni e al tempo stesso incrementato la variabilità dei fenomeni atmosferici all’interno del medesimo periodo dell’anno, sia esso invernale che primaverile o estivo. E così si è assistito in anni recenti a inverni contrassegnati da improvvisi rialzi delle temperature che hanno spinto in molti casi a parlare di «anticipi di primavera» seguiti poi da altrettanto improvvise «code di inverno».

Situazioni che hanno finito per generare dei fenomeni di «confusione» delle piante che, percependo un innalzamento delle temperature, hanno naturalmente avviato il proprio processo di fioritura salvo poi venire sorprese da bruschi abbassamenti termici che hanno finito per «bruciare» i germogli. È quanto è avvenuto ad esempio nel 2018, quando temperature superiori alla media nei mesi di marzo e aprile furono seguite da un’anomala e tardiva ondata di gelo che provocò ingenti danni in diverse regioni d’Italia e che ha portato proprio nelle scorse settimane al varo da parte del Governo di un decreto «emergenze» con lo stanziamento di risorse proprio per compensare gli agricoltori danneggiati dalle gelate anomale del 2018.

Ma i «testacoda» atmosferici non sono avvenuti solo in periodi freddi ma hanno agito anche al contrario. È il caso per esempio della vendemmia 2017, quando a ottobre, con gran parte dei grappoli ancora sulle piante si registrò in alcune aree del Paese (come in Francia) un repentino e imprevisto abbassamento delle temperature che portò diversi viticoltori a riscoprire un'antica tradizione: quella di accendere falò tra i filari nell'ottimistico tentativo di smussare l’eccessivo abbassamento termico o almeno di evitare danni alle uve.

Al di là delle credenze contadine e a meno di arrivare a immaginare sistemi di condizionamento en plen air, gli agricoltori e in particolare quelli italiani, per contrastare l’eccessiva variabilità atmosferica e prevenirne i danni potrebbero almeno fare un maggiore ricorso alle polizze assicurative. Mentre invece come emerso da un recente studio realizzato da Ismea (Istituto di servizi per il mercato agroalimentare) in collaborazione con l’Università di Foggia, al Mezzogiorno le aziende agricole che fanno ricorso a strumenti assicurativi sono appena il 12% del totale.

Ma se sul fronte della prevenzione dei fenomeni atmosferici avversi la soluzione migliore sembra essere quella legata all’opzione assicurativa (che comunque rimane una forma di difesa passiva) qualcosa di più e meglio si può di certo fare sul fronte della gestione dell’acqua e cioè difesa attiva. Il riferimento è alla capacità di immagazzinare l’acqua quando ce n’è in abbondanza, per stoccarla e renderla invece disponibile nei periodi di difficoltà se non di vera e propria siccità.

«Sotto questo profilo il 2018 è stato un anno di svolta – spiega il presidente dell’Anbi (l’associazione nazionale dei consorzi di bonifica), Francesco Vincenzi – perché finalmente in Italia sono stati sbloccati budget importanti per progetti immediatamente cantierabili». Nei mesi scorsi è stato dato il via libera al Piano nazionale di sviluppo rurale (Pnsr) che prevede investimenti per quasi 300 milioni di euro, al primo lotto del Fondo sociale di coesione (195 milioni circa) e poi al Piano invasi con investimenti per altri 250 milioni. Una vera e propria «terapia d’urto» sul piano delle infrastrutture irrigue nella quale a giocare un ruolo da pivot, da perno, sarà proprio l'associazione dei consorzi di bonifica. «Stiamo parlando quindi – aggiunge Vincenzi - di circa 750 milioni di euro cantierabili e che sono solo in attesa delle gare d’appalto, prontissimi quindi a partire in tutte le regioni d'Italia. I fondi del Psnr devono essere necessariamente spesi entro il 2023, per gli altri cercheremo di fare il prima possibile».

Si tratta di un articolato piano di investimenti che di certo non risolverà tutti i problemi idrici delle campagne italiane ma di certo farà recuperare molto terreno sul piano della gestione dell'acqua. «Ma soprattutto – conclude Vincenzi – si tratta di investimenti che hanno una triplice valenza: servono all'agricoltura per rendere irrigabili aree che attualmente non lo sono, servono all'uomo perché l'acqua raccolta sarà destinata anche al consumo umano, e servono infine all'ambiente perché queste opere irrigue possono svolgere un ruolo decisivo nella prevenzione dal dissesto idrogeologico».

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