emergenza clima

Il climate change minaccia l’economia globale. Ma le aziende restano indietro

Si sviluppa l’analisi finanziaria per valutare i rischi climatici e l’adeguamento delle imprese agli impegni presi. Il quadro è deludente

di Elena Comelli


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AFP

3' di lettura

«Se non avremo un pianeta abitabile, non avremo nemmeno un sistema finanziario in buona salute». Questa è stata la risposta lapidaria di James Gorman, numero uno di Morgan Stanley, al parlamentare americano che gli ha chiesto, in una recente seduta del Congresso, se i cambiamenti climatici pongono un rischio serio al settore finanziario. Si sta dunque facendo strada l'idea che l'emergenza climatica sia una grave minaccia per i sistemi economici globali e non solo per gli orsi polari.

All'Onu, durante il Climate Summit di dicembre, un folto gruppo di multinazionali, tra cui Swiss Re, Danone, Ikea, Salesforce e L'Oréal, si è impegnato a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra. Con l'annuncio di 59 nuovi firmatari, il Global Compact delle Nazioni Unite include ora 87 società quotate, con una capitalizzazione complessiva di 2,3 miliardi di dollari, che si sono impegnate a fare la propria parte per contenere il surriscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, applicando quindi l'obiettivo più stringente dell'Accordo di Parigi sul clima. E oltre 600 aziende si sono impegnate sul target meno stringente, che punta a limitare il surriscaldamento globale entro i 2°C.

Le quotate sono indietro

Nella pratica, però, le emissioni globali di gas serra invece che calare stanno aumentando: nel 2018 del 2,7%. Le belle promesse, quindi, non bastano: bisogna anche verificare quanto gli impegni siano efficaci. In base ai controlli di vari esperti sui 194 Paesi che hanno firmato l'Accordo di Parigi, compresi i 185 che l'hanno ratificato, emerge che solo 16 di questi Paesi hanno legiferato in maniera coerente con il proprio obiettivo, dichiarato nell'Accordo di Parigi.

Lo stesso si può dire delle società quotate. In base a un nuovo studio di Carbon Delta, solo il 15% delle 500 aziende più grandi del mondo è sulla buona strada. Su queste verifiche si sta sviluppando un campo nascente di analisi finanziaria, impegnato a quantificare i rischi climatici e a misurare quali aziende sono più preparate, a prescindere dal numero di comunicati stampa ambientali che diffondono.

La nuova metrica, applicata da Carbon Delta per valutare come le prime 500 aziende del mondo per capitalizzazione di mercato si stanno preparando per un mondo a basse emissioni di carbonio, misura le loro attuali emissioni e il numero di brevetti per tecnologie a basse emissioni di carbonio in loro possesso.

In questo modo l'analisi delinea l'attuale comportamento di ogni azienda e lo mette in relazione con il livello di riscaldamento globale che ciò implicherebbe entro la fine del secolo, se tutte le aziende del suo settore avessero fatto scelte simili. Lo studio prescinde dalle dichiarazioni delle aziende in merito ai propri obiettivi climatici, perché secondo Carbon Delta “è difficile giudicare quali di queste affermazioni potranno diventare concrete e quali rientrano nell'attività di marketing”.

Petrolifere poco green

Le compagnie petrolifere, in questo quadro, sono quelle messe peggio, malgrado gli enormi sforzi profusi nel marketing verde. In base a un recente rapporto della Iea, i maggiori investitori in ricerca sulle tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio non sono le compagnie petrolifere, come potrebbe sembrare dagli annunci, ma le case automobilistiche, seguite dalle società produttrici di tecnologie per l'industria, come ad esempio Siemens.

Nonostante il settore petrolifero sia responsabile di oltre la metà delle emissioni globali legate all'energia, le major indirizzano solo una frazione minimale delle loro spese annuali in investimenti puliti, secondo uno studio del Carbon Disclosure Project. Le società europee come Total, Shell, Equinor ed Eni, sono tra quelle che spendono di più in investimenti a basse emissioni di carbonio rispetto ai rivali del resto del mondo, ma il settore nel suo complesso ha stanziato per questo tipo di investimenti solo l'1,3% delle sue spese nel 2018.

Un approccio completamente diverso è quello seguito da Arabesque, una società di analisi tedesca focalizzata sulla sostenibilità delle aziende quotate, che si è basata invece sul livello di emissioni comunicato dall'azienda stessa e sui suoi piani per ridurle. Lo studio attribuisce a 2.900 imprese (tre quarti della capitalizzazione globale di Borsa) un punteggio a breve e uno a lungo termine, che viene poi tradotto in gradi centigradi e inserito all'interno di un Temperature Score, considerando che per raggiungere gli obiettivi di Parigi è necessario che le emissioni globali scendano dal 4% al 6% l'anno.

Dalla ricerca di Arabesque emerge che ben 52 tra le 200 maggiori società al mondo per capitalizzazione di mercato non rivelano completamente né le proprie emissioni dirette, né quelle indirette, riferite all'energia elettrica acquistata. Poco più della metà delle aziende coperte dallo studio (53%) ha un punteggio a breve termine in linea con l'obiettivo dell'Accordo di Parigi, ma solo un quinto (20%) potrà centrare questo obiettivo entro il 2050 senza cambiare strada in maniera drastica nei prossimi anni.

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