diritto

Il Codice di procedura penale compie 30 anni: lo festeggia un nuovo manuale

Sei docenti di procedura penale spiegano agli studenti di oggi e di domani pregi e difetti del nostro ordinamento processual-penalistico

di Simone Lonati


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3' di lettura

Sono passati trent’anni da quel 24 ottobre 1989, data di entrata in vigore del Nuovo Codice di procedura penale. Il codice “Vassalli”, come spesso viene chiamato per ricordare il nome del ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, Giuliano Vassalli, al quale, insieme alla commissione presieduta da Giandomenico Pisapia, si deve gran parte dell’impegno profuso per la sua ideazione e per la sua stesura.

Un anniversario importante, quindi, quello trascorso quest’anno, considerato che si tratta del primo Codice dell’Italia repubblicana. Purtroppo, passato quasi sotto silenzio. Un silenzio che, soprattutto in questo periodo, dovrebbe fare riflettere se è vero che quello del processo penale rappresenta il settore del diritto nel quale maggiormente si proiettano gli indirizzi di fondo dell'ordinamento costituzionale per quanto riguarda la disciplina dei rapporti tra Stato e cittadino, tra autorità e libertà, tra tutela dei diritti individuali ed esigenze di repressione.

Ben venga allora che, a rompere questo silenzio, sei docenti di procedura penale (Alberto Camon, Claudia Cesari, Marcello Daniele, Maria Lucia Di Bitonto, Daniele Negri, Pier Paolo Paulesu) di alcune delle più importanti università del nostro Paese abbiano deciso di pubblicare, proprio nel 2019, un nuovo manuale (Fondamenti di Procedura Penale, Wolters Kluwer Cedam Editore) con l’obiettivo di spiegare agli studenti di oggi e di domani pregi e difetti del nostro ordinamento processual-penalistico.

Un ordinamento quello attuale, nato proprio da quel Codice entrato in vigore trent’anni fa e che tuttavia rispetto alla formulazione originaria di quello stesso codice risulta oggi così diverso e, a tratti, così distante.

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Troppi, nel corso degli anni, i tradimenti più o meno velati del testo legislativo ad opera della giurisprudenza; numerosi gli attacchi più o meno velati sferrati da più parti ai canoni dell’oralità e del contraddittorio, architravi del modello prescelto dal legislatore; innumerevoli le modifiche disorganiche introdotte all’insegna d’una pronta neutralizzazione di minacce incombenti e che hanno avuto come unico intento quello di assecondare la perenne tentazione d’indebolire le garanzie individuali da parte dei detentori del potere. Per non parlare della tendenza di fornire copertura europea alla violazione della legalità processuale opponendo, in maniera ambigua e fuori contesto, le garanzie europee a quelle formali rappresentate dalla scrupolosa osservanza alla legge.

Erosioni più o meno sottotraccia del metodo dialettico di accertamento giudiziale che continuano ancora oggi e che, se non fermate, portano ad un unico e solo risultato come ben segnalato dagli autori del manuale: «Di scivolamento in scivolamento il processo penale sta diventando altro da se stesso; non più la sede istituzionale deputata all’accertamento di fatti di reato che si suppongono già commessi, ma qualcosa di molto simile ad un arnese poliziesco attivato allo scopo di prevenire pericoli al di là dal realizzarsi».

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Questa desolante distanza dell’attuale sistema dal modello originario di un processo penale accusatorio e garantista è ben presente in ogni analisi proposta dagli autori del volume. Non traspare tuttavia rassegnazione dalle pagine di questo nuovo manuale. Al contrario, emerge chiaramente la consapevolezza che solo mettendo in luce le criticità di un ritorno al modello inquisitorio e la pericolosità dell’abbandono dell’idea stessa di Codice, in favore di un catalogo di regole giurisprudenziali, le nuove generazioni di giuristi possano trovare la capacità, la forza, la determinazione per realizzare un processo penale in cui i diritti dell’individuo siano veramente tutelati, in cui la verità sia ricercata attraverso lo strumento più idoneo, che è la dialettica: un processo, insomma, che abbia al centro l’attività delle parti, tra loro eguali, con un giudice terzo e imparziale.

Senza dimenticare mai, tuttavia, che i testi delle leggi offrono una raffigurazione parziale, perché - avvertono gli autori del manuale - il processo, ogni processo, «è prodotto dalle disposizioni ma anche da uomini in carne e ossa, da ideologie, ambizioni, corpi che premono, media che condizionano, prassi, legittime, discutibili o devianti, tattiche, strategie, trabocchetti, trattative, ricatti, poteri e abusi di potere; il processo, ogni processo, è diritto ma non è soltanto diritto; è anche processo».

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