Copenaghen in fiera

Il collezionista danese Christian Just Linde si racconta

Imprenditore, classe 1972, appartiene ad una nuova generazione meno ritrosa a parlare della propria passione per l'arte e dei propri acquisti: “mi interessa l'arte che riflette una battaglia sociale, che riflette un processo” spiega durante la fiera per l'arte contemporanea Chart

di Silvia Anna Barrilà


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Dipinto di Latifa Echakhch e pianeta di Wes Lang nella collezione dell'imprenditore danese Christian Just Linde, Courtesy Christian Just Linde

4' di lettura

Imprenditore, classe 1972, Christian Just Linde appartiene ad una nuova generazione di collezionisti d'arte danesi meno ritrosi a parlare della propria passione per l'arte e dei propri acquisti, un lusso di cui per tradizione non si fa mostra. Lo abbiamo incontrato a Copenaghen durante la fiera per l'arte contemporanea Chart .

Da quando colleziona arte?
Ho iniziato 35 anni fa, quando ero un bambino. La mia prima opera d'arte è stato un acquarello di Pierre Alechinsky, un pittore del gruppo Cobra. Allora non esistevano gallerie a Copenaghen, ma c'erano dei mercanti d'arte, alcuni dei quali erano amici della mia famiglia. Uno di loro mi ha venduto l'opera ad un prezzo molto vantaggioso, gli sembrò divertente che un bambino si interessasse all'acquisto. Nello stesso anno (era il 1984) ho visitato per la prima volta Fiac .

La collezione privata di Christian Just Linde

La collezione privata di Christian Just Linde

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E poi?
Poi sono andato a studiare all' Accademia d'arte a Firenze nel 1993-95, perché mi piaceva dipingere. Tornato da Firenze, dove non c'era una scena artistica contemporanea, ho sentito il bisogno di stare a contatto con l'arte, per cui alla fine degli anni ’90 ho iniziato a viaggiare per fiere. Nel 2000 ho visitato per la prima volta Art Basel e da allora giro in tutto il mondo, da Art Basel Miami Beach a Zona Maco in Messico, sono stato anche a Miart . Ogni anno cerco di scoprire qualcosa di nuovo.

E qui a Copenaghen, com'è la scena artistica?
Dagli anni 2000 è esploso l'interesse per l'arte contemporanea in tutto il mondo. La fiera Chart di Copenaghen si è ritagliata un suo spazio dedicandosi esclusivamente alle gallerie scandinave, il che la rende interessante anche per i collezionisti stranieri. Altre fiere internazionali hanno perso questo aspetto locale e sono tutte una uguale all'altra. Chart ha un concept forte e un programma intenso per cui arrivi qui e trovi tutto, dall'arte al design, alla ristorazione, ai concerti. Per noi locali è un ottimo luogo d'incontro.

Ci sono molti collezionisti in Danimarca?
Ce ne sono, ma sono molto discreti. Qui non si usa mostrare pubblicamente la propria collezione, come in Svezia. È molto radicato nella nostra mentalità il fatto di non ostentare la ricchezza. Non ci sono neanche benefici fiscali che invoglino ad aprire le collezioni al pubblico. Le grandi aziende che promuovono l'arte, per esempio, non aprono musei, ma preferiscono sostenere le istituzioni pubbliche. Io spero che in futuro ci sarà più apertura in questo senso e credo che effettivamente ci sarà un cambiamento, perché la gente viaggia e vede che nel resto del mondo i collezionisti mostrano le proprie collezioni. Io non ho un museo, ma le porte di casa mia sono aperte per chi è interessato.

    Che tipo di arte colleziona?
    Arte europea, americana e latino-americana. Nel 2005-06 sono stato per la prima volta in Messico per Zona Maco e ho scoperto gallerie come Kurimanzutto e A Gentil Carioca , che mi hanno aperto gli occhi. Mentre in Europa, con la crescita economica, l'arte è diventata sempre più decorativa, nell'America Latina è più brutale, si sente che c'è dietro una lotta per la sopravvivenza. Mi ricorda l'arte degli anni 60-70, che considero la produzione migliore e più importante. E poi c'è sempre stato un legame tra l'arte danese e quella latino-americana: Per Kirkeby, per esempio, si è ispirato ai Maya per le sue sculture in mattoni. Il Museo Tamayo di Città del Messico, che è presente a Chart in questi giorni, gli dedicherà una mostra l'anno prossimo. Anche il collettivo danese Superflex va molto forte tra i collezionisti latino-americani, mentre la galleria danese Nils Staerk rappresenta molti artisti del Sudamerica.

    Qual è il fil rouge della sua collezione?
    Colleziono quello che mi piace. L'arte non deve essere per forza politica, ma mi interessa l'arte che riflette una battaglia sociale, che riflette un processo, non mi interessa che sia rifinita o scintillante. Apprezzo anche il recupero di tecniche del passato, mentre in Europa ho l'impressione che si aspiri sempre a inventare qualcosa di nuovo.

    Qualche esempio di artista danese che segue?
    Marie Lund, Tove Storch.

    Quanti pezzi include la sua collezione?
    Circa 600.

    In che direzione va al momento la sua ricerca?
    Negli ultimi anni sono entrate nella mia collezione diverse sculture da esterno, perché mi sono trasferito in una cascina in campagna, per cui ho meno pareti e ho uno spazio all'esterno. Gli artisti sono un mix di affermati ed emergenti. Mi piace sostenere i giovani commissionando loro opere e, in generale, stimolare gli artisti a testare se stessi in un ambito in cui magari non hanno mai lavorato.

    Per esempio chi?
    Veronika Geiger, Amalie Jacobsen.

    In che price range acquista solitamente?
    Varia molto a seconda degli artisti, se sono emergenti oppure affermati. Ultimamente mi interessano sempre di più i cosiddetti “artists' artists”, gli artisti che sono stati influenti per altri artisti, ma hanno prezzi non così elevati sul mercato. Per esempio Per Kirkeby, Dan Graham, Lawrence Weiner.

    L'arte per lei è un investimento?
    No, perché non farei le scelte giuste se guardassi all'arte come un investimento. È anche vero che quando collezioni da tanti anni impari a riconoscere l'arte di qualità, che mantiene il suo valore, ma molto raramente mi è capitato di vendere dei pezzi. Direi piuttosto che è la mia passione.

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