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Il commerciante lava la strada con l’acqua del Comune? È illecito amministrativo e non furto

Annullata la condanna per furto a carico dell’ambulante per l’uso dell’idrante comunale. In realtà sarebbe furto perché l’acqua convogliata negli impianti dell’ente locale non è pubblica, ma pubblica era la via pulita. La Cassazione cita la Consulta sui controlli per evitare abusi nell’utilizzo dell’acqua

di Patrizia Maciocchi

(Getty Images/EyeEm)

3' di lettura

Illecito amministrativo e non furto per l’ambulante che pulisce la strada davanti al suo banco, usando l’acqua dell’idrante comunale. La Cassazione (sentenza 37465) annulla una condanna per furto, incassata già in primo grado e confermata in appello. Un occhio di riguardo, sul quale pesa anche lo scopo non utilitaristico del gesto, che cancella il doppio giudizio severo al quale i giudici di merito erano giunti applicando la legge in modo rigido. La Suprema corte ricorda, infatti, che il semplice illecito ammnistrativo c’è quando ci si appropria abusivamente di acque sotterranee o superficiali, anche se raccolte in invasi o cisterne, messe a disposizione della natura e appartenenti al demanio «a cui gli enti pubblici abilitati non abbiano ancora conferito, sulla base dei poteri ad essi riconosciuti dalla normativa vigente, una destinazione particolare». Casi in cui si può parlare di acque pubbliche. Nella vicenda esaminata invece il ricorrente «era stato sorpreso mentre prelevava l’acqua dall’idrante comunale per pulire il tratto della pubblica strada adiacente al proprio esercizio di vendita ambulante». L’amore per la pulizia era costato al giovane imputato, classe ’94, una doppia condanna per furto aggravato. Una conclusione che la Suprema corte smonta prendendo le distanze dall’automatismo alla base del verdetto, secondo il quale il furto aggravato scatta con l’impossessamento abusivo di acqua convogliata nelle condutture municipali. Secondo la legge Gelli (35/1994), infatti, l’acqua del “sindaco” non può definirsi pubblica.

Il vantaggio personale

Più elastica la decisione dei giudici di legittimità che, pur ammettendo che le acque utilizzate per pulire non erano pubbliche precisano che, sulla scia di un rigido automatismo, non è possibile prescindere dall’esame della condotta nel caso specifico. L’idrante utilizzato era pubblico, come pubblico era il suolo che l’imputato aveva lavato. Mancavano dunque l’elemento del dolo come del vantaggio personale e dell’impossessamento. Il furto va dunque escluso anche considerando che «nel momento stesso in cui l’acqua fuoriesce dalla rete idrica comunale - scrivono i giudici - per essere gratuitamente erogata alla cittadinanza, viene in rilevo, da una parte, l’interesse dell’ente pubblico all’erogazione e, dall’altra parte, l’interesse del privato al prelievo».

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Il monito della Consulta

A supporto della sua decisione la Cassazione cita la Corte costituzionale. I giudici delle leggi (sentenza 273/2010) hanno, infatti, chiarito che la scelta di sanzionare solo in via amministrativa i comportamenti trasgressivi delle regole di utilizzo dell’acqua non è manifestamente irragionevole «giacché deve aversi primariamente riguardo al rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione nell’accesso ad un bene che appartiene in principio alla collettività». La Consulta aveva però anche lanciato un monito, più che mai attuale, sull’importanza di vigilare per evitare che si possa abusare di un bene tanto prezioso. Per la Corte costituzionale il rapporto tra cittadini e Pa viene alterato dalla violazione di norme che non sono poste solo a presidio della proprietà pubblica del bene, «ma soprattutto a garanzia di una fruizione compatibile con l’entità delle risorse idriche disponibili in un dato territorio e con la loro equilibrata distribuzione tra coloro che aspirano a farne uso. «Se tutti hanno diritto di accedere all’acqua - ha sottolineato il giudice delle leggi - l’aspetto dominicale della tutela si colloca in secondo piano, rispetto alla primaria esigenza di programmare e vigilare sulle ricerche e sui prelievi allo scopo di evitare che impossessamenti incontrollati possano avvantaggiare indebitamente determinati soggetti a danno di altri o dell’intera collettività». La Cassazione, accoglie dunque la tesi del semplice illecito amministrativo, e annulla la condanna per furto «perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato».

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