rapporto Ocse

Il commercio dei «falsi» supera i 500 miliardi di dollari. Italia tra i Paesi più colpiti

di Giuliana Licini


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3' di lettura

Il commercio dei «falsi» non conosce né crisi, né tensioni e, anzi, continua a fiorire. Come sottolinea uno studio Ocse, inoltre, la Cina è il primo produttore di merci contraffatte e l’Italia è il terzo Paese più colpito dai «falsi» che provocano la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro e un mancato gettito fiscale per svariati miliardi. Secondo il rapporto, nel 2016 il commercio mondiale di prodotti contraffatti e piratati aveva raggiunto 509 miliardi di dollari, pari al 3,3% degli scambi contro i 461 miliardi del 2013, pari del 2,5% dell’interscambio internazionale. E nel calcolo non rientrano le merci contraffatte e usurpative (cioè piratate) prodotte e consumate all’interno dei singoli Paesi, né quelli distribuiti via internet, ma solo quelli che percorrono i canali internazionali. Si tratta, infatti, di stime basate solo sui sequestri effettuati dalle amministrazioni doganali. In Europa, il commercio dei «falsi» ha un peso ancora maggiore rispetto alla media mondiale: nel 2016 le importazioni di merci contraffatte nella Ue ammontavano a 121 miliardi di euro, pari a 134 miliardi di dollari, il 6,8% dell’import Ue, in aumento dal 5% del 2013.

La contrattazione frena l'occupazione in Italia

A causa della contraffazione – indica il rapporto – l’Italia ha perso almeno 88mila posti di lavoro, pari al 2,1% degli occupati a tempo pieno nei settori danneggiati dai «falsi». Nel solo 2016 il mancato gettito fiscale dal settore retail e ingrosso è stato di 4,3 miliardi di euro e il mancato gettito da parte di titolari di diritti di proprietà intellettuale italiani ammontava a 6 miliardi. Complessivamente, per le casse statali il commercio di merci contraffatte e piratate ha causato minori entrate per 10,3 miliardi di euro, l’equivalente del 3,2% di tutte le tasse derivanti da valore aggiunto, reddito di persone fisiche o società e da contributi sociali. Si tratta dello 0,62% del Pil italiano. Il Paese che più risente della contraffazione sono in assoluto gli Usa, considerando che il 24% del valore totale dei prodotti sequestrati alle dogane fa riferimento a detentori di diritti di proprietà intellettuale registrati negli Usa. Seguono la Francia con il 16,6%, l’Italia con il 15,1%, la Svizzera con l’11,2% e la Germania con il 9,3%.

Orologi, borse e profumi i più contraffatti
Come sottolinea l’Ocse, il considerevole incremento del commercio delle merci piratate nel mondo è avvenuto oltre tutto in un periodo di relativo rallentamento degli scambi commerciali in generale. Di conseguenza, l’intensità della contraffazione e della pirateria rappresenta sempre più un rischio per la proprietà intellettuale in un’economia globalizzata. Si va dai prodotti di lusso a quelli di largo consumo. I sequestri riguardano principalmente il settore delle calzature (quasi il 25% del totale nel 2016), seguiti dall’abbigliamento (15%), dalla pelletteria e dalle apparecchiature Ict. Tra i prodotti di lusso i «falsi» più frequenti riguardano gli orologi, i profumi, la pelletteria di alta gamma e gli occhiali firmati. In buona parte, quindi, settori in cui il ‘Made in Italy’ ha posizioni di leadership e questo spiega i pesantissimi danni che i ‘falsi’ provocano all’economia nazionale. Le merci contraffatte continuano a seguire una serie di complesse rotte, utilizzando punti intermedi di transito. Sono in forte aumento le spedizioni di piccoli pacchi di prodotti contraffatti, ancora più difficili da intercettare. La Cina emerge quale il maggiore produttore di falsi in nove delle dieci categorie di prodotti analizzate dallo studio Ocse.

La Cina «regina» delle contraffazioni
Il 55% delle merci contraffatte o piratate sequestrate nel 2014-16 era di provenienza cinese. Anche altre economie asiatiche come l’India, la Malaysia, il Pakistan, la Thailandia, la Turchia e il Vietnam sono importanti produttori di merce falsa. La Turchia, in particolare, è un importante produttore di ‘falsi’ in settori quali la pelletteria, gli alimentari e la cosmesi, che sono trasportati in Europa via strada. E’ aumentato anche il numero delle economie che si dedicano al«falso»: erano 173 nel 2011-2013, sono salite a 184 nel 2914-16. Tra gli hub della merce contraffatta hanno un ruolo considerevole Hong Kong, Singapore e gli Emirati Arabi Uniti: lì i prodotti contraffatti arrivano in container e vengono poi suddivisi in pacchi per essere inoltrati – via posta – verso il loro Paese di destinazione. Molti Paesi medio-orientale come l’Arabia Saudita e lo Yemen sono ‘hub’ di smistamento verso l’Africa, mentre Albania, Egitto, Marocco e Ucraina sono importanti centri di redistribuzione dei ‘fake’ verso la Ue. Panama è invece un importante punto di transito dei ‘falsi’ destinati agli Usa. Tra i fattori che facilitano la produzione di merci contraffatte vi sono una governance scarsa, con alti livelli di corruzione e una scarsa protezione della proprietà intellettuale, ma anche bassi costi del lavoro, scarse normative del mercato del lavoro, così come bassi costi portuali e scarse formalità di trasporto.
(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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