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Il commiato non significa l’addio

Lo Spettatore vuole affrancarsi dal rischio della pagina scritta per routine e tornare all’estro irregolare di singole prose

di Natalino Irti

(Adobe Stock)

3' di lettura

Ci diamo ogni giorno norme di vita. Leggi date da noi a noi stessi: se le obbediamo, ne nasce soddisfazione e compiaciuto orgoglio; se le violiamo, disappunto fastidio malessere. Non possiamo vivere fuori da un ordine: quello che appena domani forse ci sembrerà superfluo o dannoso. Anche il naufrago di Defoe, l’astuto e ingegnoso Robinson, súbito si impone regole di condotta e scansione di orari.

E pure, nell’accidiosa stanchezza di Oblomov, si riuscirebbe a trovare un ritmo normativo, un interiore ordine del non fare, dell’attendere, del lasciarsi vivere nel tempo.

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E regole si dettano scrittori delle prose più diverse: scientifiche, narrative, giornalistiche. Prose assai spesso legate a cadenze temporali e vincoli di periodicità. Sta dinanzi a loro la pagina bianca e nuda, come in attesa; e lo sguardo vi si posa con sgomento e timidità, di rado con impeto di gioia.

Il vincolo temporale suole restringere o indirizzare la libertà di pensiero e la scelta dei temi. Introduce criterî di selezione, suggerisce tonalità di stile, secchezza o turgore di parole. Luogo di edizione e caratteristiche del lettore assumono netto rilievo: non si perde libertà di pensiero e di espressione, ma essa si fa più accorta e consapevole, più sensibile e duttile. Esercizio faticoso, nel quale la singolarità intellettuale dell’autore è chiamata al confronto e alla misura. La situazione storica la condiziona e orienta.

Così accade anche a Lo Spettatore, stretto dal vincolo domenicale, dall’imperativa attesa del Direttore, forse dalla sottile curiosità di qualche lettore. Egli similmente conosce il pathos della pagina bianca, e quel suo tacito appello a riempirsi di parole e perciò a farsi “scrittura”.

Eccoci, ora lieti ora stanchi, di fronte all’oggettività di un testo, che prende súbito distanza dall’autore, si raccoglie e chiude in sé stesso, e incomincia un misterioso cammino fra i lettori. Appena fermato sulla carta, sembra che il suo significato sia diverso dalla intenzione creatrice, ed altri ne vada assumendo, di volta in volta, secondo la sensibilità del lettore. È un frantumarsi, dividersi, rompersi nella pluralità delle letture. Codesto è il rischio della pagina scritta, che ciascun autore sa di correre nel momento stesso in cui lancia la bottiglia tra le onde del mare; e non sa da chi e come sarà raccolta.

L’elzeviro domenicale non sfugge al rischio; e ne rinnova, con ritmo di periodicità, il consapevole timore. Allora Lo Spettatore vuole affrancarsene, e tornare all’estro irregolare di singole prose, alla spontaneità di impressioni e giudizî dell’ora. Non un addio, ma un guardare franco e arioso, che nasce e si consuma nell’occasionalità dei tempi. Il dialogo non si interrompe. Prosegue in forme più sciolte e tempi più duttili: sempre un guardare da una “prospettiva”, capace di sporgersi umilmente sul corso delle cose e sul mondo degli umani affetti.

Altra volta si evocò il principe degli elzeviristi italiani, il marchese Roberto Ridolfi, di cui, negli anni Sessanta del secolo scorso, attendevamo le prose di suprema eleganza; e misurammo la incolmabile distanza tra la villa fiorentina della Baronta (“sui poggi delle Campora, un miglio e mezzo fuori di Porta Romana”) e un casale dell’aspra montagna abruzzese. Ma pur c’era, fra tutti coloro che sfidano la pagina bianca, un comune afflato di esprimersi, il desiderio di incontro con ignoti dialoganti. Un desiderio, che, scioltosi dalla costrittiva periodicità, rimane desto e pronto nell’animo. Caduto il vincolo domenicale, rimane il gusto del guardare, e il rapsodico colloquio con i lettori, ai quali si deve un grato saluto per l’attenzione di ieri e la curiosità di domani.

Rinunciare a un gioiello è sempre un peccato e l’intervento domenicale de Lo Spettatore era un vero gioiello, diventato appuntamento tradizionale imperdibile. La vita però ha dei percorsi che spesso non è possibile contrastare perché, come si sa, non è possibile fermare il vento con le mani. Le motivazioni, del resto, sono incontrovertibili. La consolazione è che Lo Spettatore continuerà, senza più la cadenza settimanale, a impreziosire il Sole 24 Ore e che tutte le puntate uscite finora saranno pubblicate in una strenna natalizia, ormai pronta per la stampa.
L’orgoglio è avere rispettato l’unica condizione posta dal professore: libertà e autonomia assoluta. D’altra parte non è stato difficile perché Lo Spettatore detesta il pensiero unico, esattamente come lo detesta il direttore di questo giornale. (fta)

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