Meccanica del packaging vanto del made in Italy

Il confezionamento sostenibile opportunità per il made in Italy

di Ilaria Vesentini


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Il rendering 3D della smart factory di Ima

4' di lettura

«I dati lusinghieri del 2018 non solo superano le nostre aspettative, ma confermano il sorpasso dell’Italia sulla Germania in quanto a leadership nelle tecnologie per il packaging. E le ombre che si vedono all’orizzonte sono legate alle dinamiche complessive della domanda mondiale, non a deficit industriali». Non c’è grande preoccupazione nelle parole di Enrico Aureli, presidente di Ucima, la sigla di Confindustria che rappresenta i costruttori italiani di macchine per il confezionamento e l’imballaggio, settore che è un’eccellenza mondiale e che dopo tre anni record si prepara ad affrontare un biennio difficile. «Chi vede un declino del nostro comparto dovuto al nodo dell’inquinamento da plastica - spiega Aureli - trascura il fatto che l’ocean littering si traduce per il made in Italy in una grande opportunità: siamo leader nelle bioplastiche e siamo di gran lunga superiori ai tedeschi per tecnologie di confezionamento ecocompatibili, capaci di ridurre al minimo i consumi di materiali per imballaggio. Dei competitor americani non parliamo neppure, perché sono ancora fermi ai tappi di plastica alti centimetri».

I dati del preconsuntivo 2018 appena diffusi dal Centro studi Ucima parlano di una crescita del 6,8% del fatturato per le 630 imprese del settore (oltre 32mila addetti), che sfiora i 7,7 miliardi di euro, di cui 6 miliardi (l’80%) è export. E oltreconfine spicca il +35% negli Usa, primo mercato di sbocco delle tecnologie italiane – la cui produzione si concentra per i due terzi nella packaging valley emiliana – mentre in Francia e Germania (secondo e terzo bacino per volumi di business) l’export cresce ma di pochi punti. «Quest’anno non c’è stato il rimbalzo che temevamo, venendo da tanti anni ininterrotti di crescita e dalla droga dell’iperammortamento. A maggior ragione però ci aspettiamo una flessione nel 2019, il rallentamento degli ordini è già evidente», avverte il direttore del centro studi Ucima, Luca Baraldi.

Se da un lato un peggioramento dello scenario internazionale è esogeno e inevitabile, dall’altro ci sono più strade che il comparto ha iniziato a intraprendere e che possono garantire la leadership competitiva, a partire dagli investimenti in formazione 4.0, per preparare manager e profili tecnici alla gestione di impianti già all’avanguardia in tema di nuova frontiera digitale, per arrivare a strategie di aggregazione.

«Il nanismo dell’industria italiana resta un problema - ricorda il presidente Aureli – perché a parità di fatturato abbiamo il doppio delle imprese tedesche e più si è piccoli meno si riesce a investire. Do per certo che da qui a dieci anni il numero di aziende del settore sarà dimezzato, l’importante sarebbe però che le aggregazioni avvenissero sotto cappelli italiani e non invece per mano di fondi lussemburghesi, americani o tedeschi con una alterazione dei multipli e la dispersione del nostro know-how». È di pochi giorni fa la notizia che il 100% della reggiana Mectra e delle società collegate (la Emmeti di Montecchio e le parmigiane Sipac e Logik), tra i leader mondiali nei sistemi di palettizzazione per il food&beverage, è stato ceduto al private equity lussemburghese Xenon, con un nuovo nome, Ems Group. Indiscussi protagonisti dello shopping tricolore restano i tre big della packaging valley, Gd-Coesia, Ima e Marchesini, in un percorso costante di inclusione di aziende nazionali e internazionali che apportano tecnologie e software 4.0 e specializzazioni di nicchia (ultima notizia di cronaca l’M&A da parte del gruppo Marchesini della vicentina CMP Pharma e della modenese Proteo Engineering).

«Le acquisizioni Italia su Italia andrebbero sostenute con un meccanismo di iperammortamento simile a quello messo in pista per il 4.0, per ammortizzare il sovrapprezzo pagato per l’avviamento in fase di acquisizione, una proposta che abbiamo provato a portare al tavolo ministeriale senza trovare interlocutori», rimarca il presidente, senza lesinare critiche a un sistema-Paese che penalizza la competitività di un settore per l’80% del fatturato dipendente dai mercati esteri, «perché non solo non ci accompagna sulle piazze internazionali come fa la Germania con i suoi costruttori, ma rende meno competitivi i nostri sistemi locali tagliando gli investimenti in infrastrutture, ci rende meno credibili quando, soli, ci presentiamo all’estero con l’etichetta di italiani, senza contare lo spread frutto delle manovre di bilancio, che è un sovraccosto immediato e avvantaggia quindi i nostri concorrenti».

A crescere ben oltre le aspettative non sono solo i costruttori del fine linea. «Chiuderemo il 2018 con un +5% di volumi rispetto al 2017, ma il rallentamento è in atto e la sensazione è che consegnati gli ordini in canna si apriranno trimestri faticosi», afferma Marco Nocivelli, presidente di Assofoodtec, associazione di Anima-Confindustria che rappresenta il settore delle tecnologie di lavorazione per l’industria alimentare, 5,4 miliardi di euro di produzione (88,6% export) e oltre 22.200 occupati. Il rallentamento riguarda non solo le commesse e gli investimenti, «ma soprattutto la speranza di essere finalmente usciti dal tunnel della crisi: intravedevamo i primi spiragli di luce e ora questo clima di incertezza politica del Paese li sta spegnendo», conclude Nocivelli.

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