politica

Il congresso Pd e le tre opzioni di Renzi, l’Amleto della politica italiana

di Roberto D'Alimonte


(ANSA)

4' di lettura

Matteo Renzi è diventato l’Amleto della politica italiana. È in preda a dilemmi che non riesce a sciogliere. Sono tre le opzioni che ha davanti. La prima è quella di non fare niente. Stare alla finestra e vedere che succede. Non partecipare al congresso, non sostenere alcun candidato tra quelli in corsa, non avanzare proposte se non quella di dire no al dialogo con il M5s. La conseguenza è quella di prolungare indefinitamente l’incertezza che paralizza il Pd. Dentro il partito Renzi conta ancora. Chi ha seguito l’ultima Leopolda, come il sottoscritto, se ne è reso perfettamente conto. Una parte non piccola del Pd si riconosce ancora in lui. Le sconfitte referendarie ed elettorali lo hanno indebolito, ma per molti resta ancora l’unico vero leader del partito. Chiunque vinca la corsa alla segreteria dovrà fare i conti con questa realtà. Il risultato è che in queste condizioni il prossimo congresso non riuscirà a rilanciare il Pd e a farne l’opposizione efficace di cui la nostra democrazia ha bisogno. Forse Renzi pensa che aspettare Godot sia per lui la scelta migliore. Aspettare che il partito e il governo finiscano in un vicolo cieco ed essere richiamato alla guida per salvare la ditta e la patria. Di certo non è la scelta migliore per il Pd.

IL PARTITO DI RENZI
IL PARTITO DI RENZI
IL PARTITO DI RENZI

La seconda opzione è quella di correre lui stesso per la segreteria sfruttando il consenso che ha all’interno del partito. Opzione che tuttavia ieri sera sembrava ormai uscita dalla scena per bocca dello stesso Renzi («grazie, ma non lo farò»). Sarebbe ad ogni modo la quarta volta. Il bilancio delle precedenti tre primarie è di una sconfitta, quella contro Bersani nel 2012, e due vittorie, nel 2013 contro Cuperlo e Civati, e nel 2017 – dopo la sconfitta referendaria e le dimissioni dal governo - contro Orlando e Emiliano. Non è detto che l’impresa non gli possa riuscire anche questa volta. Non abbiamo dati attendibili per valutare quante possibilità abbia di vincere. Possiamo però dire che la sfida con Zingaretti sarebbe avvincente. Soprattutto farebbe emergere chiaramente le due alternative che il Pd ha davanti: quella laburista alla Corbyn o quella centrista alla Macron. Oggi in Italia esiste un elettorato moderato che non si sente rappresentato né da Salvini né da Di Maio. La debolezza di Berlusconi ha allargato questo spazio. Ma in politica non basta che ci sia una domanda per cambiare le decisioni di voto, occorre anche una offerta credibile. Renzi lo è ancora? Può essere lui a guidare di nuovo il Pd alla conquista di questo elettorato di mezzo? E per di più con questo sistema elettorale che è più proporzionale che maggioritario? Molti ne dubitano e sembra dubitarne lui stesso.

La terza opzione è fare un nuovo partito. È quella di cui si vocifera in questi giorni. È la scelta più difficile e anche la più complicata. Fino ad oggi Renzi ha sempre respinto questa ipotesi. Lo ha fatto anche dopo le primarie perse contro Bersani, quando molti lo spingevano a uscire dal Pd e a fare una cosa sua. Allora avrebbe anticipato Macron. Ma non se la sentì. Le sfide organizzative non gli piacciono. Voleva conquistare il Pd e così è stato. Pensava che diventare segretario del partito e poi presidente del Consiglio sarebbe bastato per fare del Pd la forza egemone nel Paese. Ma così non è stato. Le elezioni europee del 2014 sono state una illusione fatale per molti motivi. Adesso la questione si ripropone, ma i tempi sono cambiati. Renzi non è più quello del 2013. Però un pensierino forse lo sta facendo. A che servirebbero altrimenti quei comitati civici che sono l’unica vera novità venuta fuori dall’ultima Leopolda? Non è campato per aria immaginarli come la infrastruttura organizzativa del nuovo partito. Ma su quanti consensi potrebbe contare oggi il partito di Renzi?

Secondo un recente sondaggio di Winpoll (giovane istituto demoscopico veneto) varrebbe il 9,4 per cento contro l’11,8 del Pd senza Renzi. Sono ovviamente numeri aleatori. Ma più interessanti di queste percentuali sono i dati relativi al gradimento che Renzi incontra in diversi segmenti dell’elettorato. Tra tutti gli elettori la propensione a votarlo è bassina: solo il 21 per cento. Tra i soli elettori del Pd sale al 43. E questa è una percentuale di tutto rispetto che conferma quanto abbiamo detto sopra sul suo gradimento all’interno del partito. Il problema sono gli altri elettori. Tra quelli del M5s e della Lega sono veramente pochi quelli propensi a votarlo. E quel che è peggio è che non sono molti (19%) nemmeno dentro il bacino di Forza Italia. Se questi dati verranno confermati da altri sondaggi si capisce perché Renzi esiti a battere la strada di un nuovo partito. Ma se anche alla fine si decidesse, quale sarebbe il suo ruolo? Opposizione sì, ma con quali alleati? E quali i rapporti con la vecchia casa?

Insomma tre opzioni sono tante. Anzi troppe. E tutte presentano dei rischi non facili da valutare. Si capisce perché il nostro abbia scelto - per ora - di fare l’Amleto. Aspettare a volte conviene. Forse.

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