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Il contingente di «Strade sicure» tagliato da 7mila a 5mila militari. È polemica

Già in corso la riduzione dei soldati a sostegno dell’azione del ministero dell’Interno- Salvini: «Una follia». Ma la scelta risale alla legge di Bilancio 2021

di Marco Ludovico

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3' di lettura

Una polemica a scoppio ritardato. Divampa però ormai infuocata, segno dell’ennesima frattura dentro il governo. Annunciato da tempo più volte dai ministri Luciana Lamorgese (Interno) e Lorenzo Guerini (Difesa), il piano di riduzione dell’operazione «Strade sicure» procede. A Roma già in alcuni siti non si vedono più i militari in mimetica con veicolo a supporto. Il ridimensionamento è stato deciso un anno e mezzo fa dalla manovra di bilancio (L. 30 dic. 2020 n. 178) del governo giallorosso. Ha disposto la proroga dell’impiego di «Strade sicure» fino a un tetto massimo di 7.050 unità entro il 30 giugno 2021; 6mila unità dal 1° luglio 2021 al 30 giugno prossimo; dal 1° luglio 2022 fino a un massimo di 5mila militari.

Il conflitto russo-ucraino non incide

A scanso di equivoci, per questa diminuzione del contingente non c’è un filo diretto o un fattore scatenante legato alla guerra tra Mosca e Kiev. Certo, uomini e donne dell’Esercito tolti dai compiti di polizia su strada si possono restituire, innanzitutto, a una funzione strategica di ogni forza armata: l’addestramento. Oggi più che mai necessario. «Strade sicure» è sorta per sostenere le forze dell’ordine in piena emergenza terrorismo fondamentalista. Poi ha garantito anche il supporto nei territori alle autorità civili per la gestione della pandemia. Il primo fattore, soprattutto, oggi non ha più lo stesso livello di minaccia. Il riequilibrio dei ruoli, delle funzioni e degli impegni su strada tra militari e forze di polizia è una riflessione in corso di lunga durata. Da anni. Soprattutto tra i responsabili dei vertici istituzionali.

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I numeri di «Strade sicure»

Oggi sono impiegate 6.753 unità, 6mila di contingente ordinario e 753 di contingente straordinario. Dal gennaio 2020 ci sono state oltre 1.500 riconfigurazioni degli assetti di «Strade sicure» disposte da prefetti e questori, autorità di pubblica sicurezza, e quasi un centinaio di rimodulazioni su scala nazionale. I ministri Guerini e Lamorgese, i capi di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Cavo Dragone, dell’Esercito, Pietro Serino, e il capo della Polizia, Lamberto Giannini, valutano da mesi in ogni dettaglio l’indicazione della manovra di bilancio 2021. Con attuazioni progressive e bilanciate. Le dislocazioni dei militari per strada sono numerose. Nessuno ha mai voluto lasciare vuoti ingiustificati. Certo, si nota se davanti a un palazzo istituzionale quella presenza fissa in grigio verde non c’è più.

La mappa degli impegni su strada

La sorveglianza agli obiettivi considerati più sensibili rimane. L’impegno, del resto, è notevole. La lista dei luoghi considerati a rischio attentati è segreta. Ma poi c’è, appunto, un ruolo di sicurezza pubblica prima ancora che di antiterrorismo. I soldati della forza armata al comando di Pietro Serino vigilano su una ventina di centri per l’immigrazione del ministero dell’Interno e Cas-centri di accoglienza straordinaria in in Friuli e Sicilia. Sono presenti in una serie di strutture sanitarie come l’Iss (istituto superiore di Sanità). Dall’inizio della missione hanno fatto dieci milioni e mezzo di controlli a persone e veicoli più 7.300 fermi con esito positivo. Sono stati impiegati anche nel cosiddetto «concorso operativo» nell’azione di prevenzione e profilassi regionale, vaccini in primis, durante la pandemia.

Le polemiche a raffica

Se, dunque, il livello politico e tecnico nel governo guidato da Mario Draghi sta dando attuazione in piena sintonia alla norma di riduzione di «Strade sicure» la levata di scudi politica è invece rumorosa e diffusa. «Tagliare donne e uomini dell’Esercito che aiutano a prevenire i reati nelle nostre città? Follia. Tra baby gang, clandestini e criminalità il nostro Paese deve investire in sicurezza e aumentare i presidi sul territorio» scrive su Twitter il leade della Lega Matteo Salvini. Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni è sulle barricate da un pezzo. Persino il sindaco di Milano, Beppe Sala (Pd), entra nella polemica: «Sono sorpreso che non ci sia stato dato avviso prima. Vorrei capire il senso di questa operazione».

Il caso-flop del poliziotto di quartiere

Guerini è stato chiaro: il controllo del territorio e l’ordine pubblico «è compito delle forze di polizia. Se c’è bisogno di ulteriore capacità di controllo del territorio - ha sottolineato - va colto nella capacità di implementare il numero delle forze di polizia. Le forze armate fanno un altro lavoro, possono cooperare come stanno facendo. Ma - fa notare il ministro - non dobbiamo trasformare ciò che nasce da una vicenda emergenziale in una questione ordinaria». La presenza di divise in strada ha il suo effetto, non c’è dubbio. Ma a volte è troppo o è solo una facciata. Quasi vent’anni fa, a fine 2002, il governo guidato da Silvio Berlusconi presentò in pompa magna il progetto «poliziotto e carabiniere di quartiere». Sfilarono tra le strade per alcuni mesi. Poi l’iniziativa sfumò per ben altre esigenze operative. Commentò all’epoca un generale dell’Arma: «Noi l’attività di quartiere la facciamo da quando siamo nati».

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