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Il continuo aumento della tassa di accesso non ha tagliato le liti

di Giovanni Negri

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(© André Babiak)


2' di lettura

Però se ne capisce almeno la convenienza. Se quella sul contributo unificato, è una falsificazione di rilevanza tale da costituire emergenza nazionale, come sottolineano gli investigatori, le ragioni, non sono poi così incomprensibili. Perchè l’aumento del contributo unificato è una delle costanti delle politiche della giustizia di questi anni.

Tanto per dare un’idea, almeno percentuale, del volume degli incrementi, secondo una rilevazione del Cnf, nel solo periodo 2007-2014 l’aumento dei costi per l’accesso alla giurisdizione è stato di oltre il 55% per il solo primo grado, mentre in appello è stato del 119% e in Cassazione è arrivato a crescere del 182 per cento. Ma nel medesimo 2014, proprio «Il Sole 24 Ore del lunedì» stimò che arretrando di 10 anni l’aumento in alcuni casi poteva arrivare sino al 700 per cento.

Previsto dalla legge 488 del 1999, il contributo unificato ha debuttato, dopo alcune proroghe, il 1° marzo del 2002. In pratica, è un importo a forfait, da pagare all’inizio della causa, che sostituisce le tasse e i bolli richiesti in passato in diverse fasi del processo. La somma da versare è collegata, in genere, al valore del procedimento, anche se per alcuni giudizi è stabilito un importo fisso.

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I primi aumenti alla “tassa” unica sono arrivati a fine 2004. Negli anni successivi sono stati introdotti a più riprese rincari generalizzati agli importi. E, parallelamente, il contributo unificato è stato esteso al processo amministrativo (dal 2006) e a quello tributario (dal 2011) ed è stato introdotto per cause che prima erano esenti: come i ricorsi contro le sanzioni amministrative, a partire dalle contravvenzioni per le violazioni al Codice della strada (dal 2010), le cause di lavoro, le separazioni e i divorzi (dal 2011).

Negli ultimi anni, inoltre, il contributo unificato è stato “appesantito” per le impugnazioni. La legge di stabilità del 2011, infatti, l’ha rincarato della metà per gli appelli e l'ha raddoppiato per i ricorsi in Cassazione. Ancora, dal 2013, sono diventate più costose le impugnazioni che non vanno a buon fine: se la domanda è respinta per intero o è dichiarata inammissibile o improcedibile, chi l’ha proposta deve versare un contributo unificato doppio.

Chiare le intenzioni: aumentare il costo della giustizia, con la speranza di incidere sul tasso di litigiosità, limitare il numero di controversie che approda nelle aule dei tribunali e ridurre lo stock di controversie arretrate.

Senza grandi effetti però, come di recente ha spiegato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, tracciandone un po’ la parabola e sottolineando come fino al 2009 l’importo è cresciuto, ma sono cresciuti anche arretrato e iscrizioni; nel periodo successivo, soprattutto nel quadriennio 2013-2016, è rimasto costante, e tuttavia la riduzione delle iscrizioni è stata del 18 per cento. Ma lo stesso Orlando ha poi ricordato che l’Italia è al 21esimo posto su 28, in Europa, per costi di accesso alla giustizia.

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