Interventi

Il contributo sostanziale del Private Capital alla crescita del Paese

di Ignazio Castiglioni*

(duncanandison - stock.adobe.com)

4' di lettura

In un contesto mondiale in cui si registrano ancora gli effetti a lungo termine del lockdown dello scorso anno – dalla carenza di materie prime, ai ritardi nella consegna della componentistica e dei chip, fino ai rincari dei costi dell'energia – si intravede un segnale forte di ripresa. Imprese e imprenditori stanno ricominciando a investire, i consumi a crescere e i dati macroeconomici forniscono indicazioni precise sul ritmo della ripresa. Governo e organismi internazionali stanno ora immaginando per il Paese tassi di crescita sostenuti nel primo semestre 2022 e il raggiungimento dei dati pre-pandemia già nel primo trimestre del prossimo anno, secondo le ultime stime della Commissione Europea.

A questo quadro positivo non è estraneo il sostegno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), a cui si aggiungono i circa 15 miliardi di euro del Fondo Sviluppo e Coesione e gli 83 miliardi di euro dei fondi europei per il periodo 2021-2027, oltre a tutti quelli destinati ai fondi nazionali. Alcuni degli ambiti di intervento, come quello della transizione digitale, di quella ecologica e delle infrastrutture sostenibili, sono rilevanti sia per gli importi in assoluto, sia per il volano che determineranno a cascata sull'economia reale e su molte componenti del sociale.

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Oltre alle qualità e all'entusiasmo dei singoli imprenditori, però risulta oggi più che mai necessario il sostegno del Capitale. Su questo terreno, gli operatori di Private Capital si sono confermati un motore fondamentale della ripresa, permettendo a molte PMI italiane di reperire i capitali e l'expertise necessari non solo per affrontare il periodo di crisi e post pandemia, ma specialmente per cogliere importanti occasioni di espansione anche in ambito internazionale.

I tassi d'interesse sempre più bassi, che si prevedono prossimi allo zero almeno fino al 2023 comprimeranno maggiormente i rendimenti, costringendo gli investitori a cercare nuove fonti di rendimenti e una decorrelazione dai mercati borsistici. Questo, anche alla luce dei ritorni realizzati dai fondi di Private Equity, in particolare di quelli tematici che hanno registrato rendimenti del 33% più alti rispetto a quelli generalisti, e tra il 2010 e il 2019, secondo gli ultimi dati a disposizione, hanno sempre battuto il mercato borsistico.Secondo l'osservatorio di Prequin, tra la fine del 2020 e la fine del 2025, l'AUM globale in asset alternativi dovrebbe aumentare del 60%, pari a un CAGR del 9,8%. La distribuzione di questo aumento non sarà però uniforme: il private equity guiderà da leader la crescita degli asset alternativi aumentando in cinque anni del 107% pari a un CAGR del 15,6% annuo, grazie anche alla grande resilienza mostrata durante i periodi di stress economico e ai rendimenti superiori ad altre asset class.

L'aumento delle masse previsto rappresenta una sfida per il Private Equity italiano, perché se da un lato si aprono grandi opportunità, dall'altro sempre più investitori istituzionali richiedono che aumenti anche la dimensione dei fondi così da concentrare gli investimenti in poche selezionate realtà.

Inoltre, un'altra sfida arriva dal punto di vista normativo. Infatti, oggi il mercato istituzionale può investire fino al 10% del proprio patrimonio in prodotti illiquidi: un limite che potrebbe essere superato dato che i fondi di Private Equity non richiedono il versamento del capitale allocato in un'unica soluzione, ma gradualmente e, di fatto, secondo le statistiche, non viene mai raggiunto il limite del 10% perché le masse effettivamente investite, vale a dire i capitali di volta in volta richiamati al netto di quelli rimborsati, raggiungono al massimo il 70% delle somme allocate, riducendo di conseguenza il capitale effettivamente investito a non oltre il 7% del proprio patrimonio.

Le maggiori masse da allocare e la maggiore competitività, spingeranno sempre più alla professionalizzazione del settore, con un numero crescente di gestori di Private Capital più focalizzati su settori specifici dell'economia, che operano in modo più efficace in specifiche nicchie di mercato caratterizzate da trend di crescita strutturale di medio-lungo periodo, grazie a team dedicati e competenti, nonché a un know-how specifico che permetta di valorizzare le imprese nei rispettivi mercati e di promuoverne l'internazionalizzazione e il consolidamento, fattori chiave ancor più che in passato. Tra i trend in forte crescita vi sono gli investimenti di Private Equity verso i settori della tecnologia e dell'innovazione, diventati essenziali dopo la pandemia, e che rappresentano una grande opportunità di crescita ed evoluzione per le PMI italiane, secondo direttrici come la digitalizzazione e l’utilizzo di nuove tecnologie.

Siamo di fronte a un cambiamento enorme e sempre più rapido, come certificato anche dai dati del Digital Riser Report 2021 della ESCP Business School che vede l'Italia scalare la classifica dei Paesi più avanzati in fatto di competitività digitale, posizionandosi seconda nell'ambito del G7 e ottava nel G20. Nessun Paese europeo ha fatto meglio di noi nel 2021.

Il 2022 potrebbe rappresentare allora in positivo la tempesta perfetta, grazie all'elevata liquidità nel sistema da parte degli investitori istituzionali amplificata dalle risorse messe in campo dal PNRR, alla credibilità politica come non mai l'Italia ha avuto negli ultimi decenni e ai trend di cambiamento epocale in corso, come la tecnologia, che rappresentano oggi gli ambiti dove poter trarre maggior beneficio, creando valore duraturo per gli investitori e una crescita sostenibile del Paese.

(*) CEO di HAT SGR

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