l’editoriale

Governo Draghi, il coraggio di cambiare per avere un futuro

Competenza e conoscenza della macchina dello Stato per interventi di totale discontinuità e controcorrente non mancano a Draghi. Certo gli servirà coraggio

di Fabio Tamburini

Tutte le frasi chiave del discorso di Draghi

3' di lettura

Ci sono almeno due passaggi dell’intervento di Mario Draghi al Senato che meritano di essere sottolineati. Il primo è il raffronto tra la situazione attuale e l’immediato Dopoguerra. All’epoca, ha detto Draghi, l’Italia si risollevò dal disastro della Seconda guerra mondiale grazie alla collaborazione tra «forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte», che operarono «nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale». Oggi, ha spiegato Draghi, «la nostra missione di italiani è consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti».

Di più non ha aggiunto perché l’obiettivo che si è dato è unire lo schieramento politico, ma la situazione che ha ereditato è grave a causa dell’emergenza sanitaria (con la difficoltà di far decollare il piano vaccini), dell'emergenza economica (con una montagna di debito pubblico in clamoroso aumento e la produttività del sistema a picco) e della rabbia sociale che potrà esplodere nel caso di mancata tenuta del sistema (con un numero significativo d'imprese in difficoltà crescente e la fine del blocco dei licenziamenti).

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Il secondo passaggio è quello in cui ha fatto riferimento all’orgoglio di essere italiani, europeisti perché la scelta dell’euro è stata definita «irreversibile», ma anche perché «siamo una grande potenza economica e culturale». Troppo spesso lo dimentichiamo. E Draghi ha il merito, nel suo primo discorso, di averlo rimarcato. «Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese», riconoscendo «i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano».

Queste parole devono essere ricordate come antidoto al masochismo e alle divisioni faziose che caratterizzano buona parte degli italiani quando giudicano se stessi e chi li governa. Altri popoli sanno fare blocco, mettono al primo posto l'identità nazionale. Il popolo italiano ha nel Dna l'andare in ordine sparso, il far prevalere le critiche ad ogni costo, la litigiosità come valore al di là di ogni ragionevolezza. Intendiamoci lo spirito critico va apprezzato, come pure concedersi sempre il beneficio del dubbio. E questo vale e dovrà valere anche nei giudizi che verranno dati su Draghi e il suo governo. Ma c'è un limite che non conviene a nessuno superare e che viene superato quando i colpi bassi sostituiscono la lotta politica.

È bene, in proposito, voltare pagina. Certo qualche sacca di livore e straordinaria spregiudicatezza resterà. Occorre però sperare, e operare, affinché rimangano casi isolati perché, come ha ricordato Draghi, siamo «in una situazione drammatica». Esplicito il richiamo al ruolo svolto nella crisi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Draghi lo ha fatto sottolineando «lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza, raccogliendo l'alta indicazione del capo dello Stato».

Quella di Draghi, va ricordato, non è stata una autocandidatura ma una offerta accettata perché fortemente voluta da Mattarella (e non solo da lui). Attualmente il consenso di cui gode, come conferma il sondaggio condotto da Roberto d'Alimonte e pubblicato sul Sole 24 Ore di domenica scorsa, è quasi plebiscitario, ma dovrà fare anche riforme impopolari ed è possibile che finisca per pagarne il prezzo. Fondamentale è che la cintura di sicurezza rappresentata dal coinvolgimento dei partiti nel governo gli permetta di superare la prova. In particolare quando, all'inizio dell'agosto prossimo, comincerà il semestre bianco che precede il voto del Parlamento per la presidenza della Repubblica, periodo in cui non sarà più possibile lo scioglimento di Camera e Senato.

Il discorso di Draghi sottolinea priorità d'importanza fondamentale: l'attenzione verso l'ambiente («vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta»), la scuola e i giovani (che non devono più essere costretti «ad emigrare da un Paese che troppo spesso non sa valutare il merito»), la parità di genere («il divario nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti d'Europa: circa 18 punti su una media europea di 10»). Competenza e conoscenza della macchina dello Stato per interventi di totale discontinuità e controcorrente non gli mancano. Certo gli servirà coraggio. Le condizioni affinché abbia successo ci sono, a partire dalla rete delle relazioni internazionali, dagli Stati Uniti alla Germania. Di sicuro per attuare le riforme previste, dal fisco alla pubblica amministrazione fino alla giustizia, dovrà essere perfino temerario. Speriamo che sappia esserlo per lasciare ai giovani, ai nostri figli, come ha detto ieri, «un Paese capace di realizzare i loro sogni».

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