Giorno della memoria

Il coraggio delle donne ebree nella Resistenza

Le donne che decisero di combattere la folle dittatura di Hitler: storie individuali, spesso ancora poco conosciute, che rivelano un eccezionale coraggio

di Giulio Busi

Uno dei vagoni della morte diretto al campo di sterminio polacco

5' di lettura

Un’isola appartata, una grande casa con vista sul mare, molti libri e un solido patrimonio alle spalle. Sembrerebbe una sicura ricetta di tranquillità. Ma è il 1940 ed è difficile sentirsi al sicuro nell’Europa occupata dai nazisti. Tanto più arduo, per chi, come Lucy, ha un genitore ebreo, simpatie comuniste ed è legata sentimentalmente a un’altra donna.

Lucy Schwob e Suzanne Malherbe, questo il nome della compagna, hanno vissuto un’intensa stagione artistica a Parigi, durante gli anni 20 e 30. Vicine alla cerchia dei surrealisti e legate ad André Breton, entrambe vengono da famiglie benestanti di provincia. Il padre di Lucy, Maurice Schwob, è un importante editore. Ancora più celebre è lo zio, Marcel, grande protagonista della letteratura simbolista. Lucy e Suzanne sono sorellastre e questo legame “ufficiale” rende più agevole la loro storia d’amore e le protegge dai maldicenti. Unite nella vita, condividono la passione per l’arte. Lucy scrive testi d’intonazione onirica e si dedica alla fotografia, con immagini di sottile erotismo e splendidi collage. Suzanne è illustratrice di ottima mano.

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Nel 1937, le due compiono il gran passo. Decidono di lasciare la vita, brillante ma movimentata, della capitale francese e si trasferiscono nell’incanto agreste di Jersey. Vicinissima alle coste della Normandia, l’isola appartiene alla corona d’Inghilterra e ha tutte le caratteristiche del buen retiro, ove immergersi nel lavoro intellettuale e godere delle bellezze della natura. L’idillio prosegue indisturbato fino al 1° luglio 1940. Costretti a evacuare le loro truppe dall’avanzata tedesca in Francia, gli inglesi abbandonano Jersey in balia dei nazisti. In una sua lettera agli abitanti, del 9 luglio, il re Giorgio VI assicura che la decisione di ritirare i presidi militari, «per ragioni strategiche [...] è stata presa nell’interesse della popolazione». Retorica a parte, l’invito è chiaro. Che i fedeli isolani si arrangino come possono, in attesa di tempi migliori. Lucy e Suzanne decidono invece di non aspettarli, questi ipotetici tempi migliori, e passano all’iniziativa. Lo fanno come possono e come sanno, con la penna, la macchina fotografica e la tavolozza dei colori.

“Pallottole di carta”

Il bel libro che Jeffrey H. Jackson ha dedicato a questa vicenda, finora sconosciuta al grande pubblico, s’intitola Paper Bullets, “Pallottole di carta”. Nell’espressione c’è tutta l’utopia di una resistenza spontanea, individualistica, apparentemente velleitaria. E proprio per il suo carattere “fuori dalle righe”, la testimonianza sulle due resistenti dell’isola di Jersey è significativa. Due donne senza contatti e senza un’affiliazione politica stabile, che si mettono in testa di fronteggiare le forze di occupazione di Hitler sono, di per sé, rimarchevoli. Ma è il modo in cui questa opposizione si realizza che colpisce maggiormente. Lucy e Suzanne scelgono di svolgere la loro propaganda in tedesco e di diffonderla tra i soldati della Wehrmacht. Sono messaggi ironici, incentrati sui fallimenti militari hitleriani e sull’inutilità della guerra. Inviti a disertare, fotomontaggi di sapore surrealista, vere performances artistiche, come quella delle false croci di guerra inserite nel cimitero dedicato ai soldati tedeschi caduti in servizio. Iniziative degne di due artiste d’avanguardia, ma non per questo meno rischiose. È solo questione di tempo.

L’isola è piccola, la rete delle spie al soldo dei tedeschi molto efficiente, e il cerchio si stringe progressivamente attorno alle due cospiratrici. Alla fine di luglio 1944, Lucy e Suzanne vengono arrestate e accusate di attività sovversiva. La detenzione, un tentativo di suicidio, il processo, la condanna a morte, la china sembra irreversibile. Se due bohémiennes si sono trasformate, quasi d’incanto, in agguerrite sabotatrici, è ben possibile che anche un’esecuzione venga rimandata, o addirittura cancellata. E così avviene, all’ultimo momento, la sentenza è tramutata in dieci anni di prigione.

Lucy e Suzanne sono libere

Il 9 maggio 1945, il presidio tedesco di Jersey si arrende. Lucy e Suzanne sono libere. Piegata nella salute, Lucy si spegne nel 1954, Suzanne si suicida nel 1972. Non è una storia a lieto fine. È però una storia vera, con le luci e le ombre di un’epoca difficilissima. Difficile capire come reagire, difficile scegliere se e come opporsi. Solo molti anni dopo, l’opera artistica delle due compagne è stata riscoperta. In particolare le fotografie di Lucy Schwob, nota sotto lo pseudonimo di Claude Cahun (Suzanne si faceva invece chiamare Marcel Moore), godono ora di una grande, tardiva attenzione critica. Né l’unione di arte e resistenza deve stupire.

Nell’arcipelago dell’opposizione al regime nazista, le isole sconosciute sono ancora molte. Conosciamo gli episodi salienti, i grandi gruppi partigiani o le rivolte disperate ed eroiche, come quella del ghetto di Varsavia nel 1943, ma la trama degli episodi minori emerge solo a fatica. Ogni notizia, anche la più quotidiana, è per questo benvenuta. A un simile dossier appartiene, per esempio, il racconto autobiografico di Selma van de Perre, in uscita per Mondadori con il titolo Il mio nome è Selma. La protagonista è un’ebrea olandese, costretta a entrare in clandestinità nel 1942 per sfuggire alla deportazione, e poi unitasi alla resistenza. Selma viene arrestata e passa attraverso l’ordalia dei Lager. Appena ventenne, riesce a sopravvivere fino alla liberazione.

Alla resistenza è dedicata anche la storia di Henriette Roosenburg, Ora che eravamo libere, per Fazi. Già libro di successo negli anni Cinquanta, e ora riscoperto, questo racconto autobiografico disegna la vicenda di un gruppo di prigionieri olandesi, liberati dai russi e decisi a ritornare in patria. Nel 1944, la Roosenburg, che ha un ruolo importante dell’intelligence antinazista, viene tradita da un informatore e condannata a morte. Sfuggita all’esecuzione, e finalmente padrona di sé, vive le traversie di un ritorno difficile, labirintico, in un’Europa stravolta.

Entrambi i volumi d’ambientazione olandese hanno toni quotidiani, persino umili nella loro immediatezza e sincerità. Le si potrebbero insomma definire vicende “qualunque”, se l’aggettivo non fosse irrimediabilmente fuori luogo per donne e uomini che ebbero il coraggio di sfidare la morte pur di opporsi attivamente ai nazisti. La storia di quegli anni tragici c’insegna che non c’è posto per la categoria “qualunque”. Né per una pretesa banalità del male, come recita un celebre e quasi sempre malinteso titolo di Hannah Arendt. Non c’è né un male banale né, tantomeno, una banalità del bene.

In uno dei volantini diffusi da Lucy e Suzanne, e conservato nell’archivio di Jersey, si legge, in tedesco: Wer sich vor der Freiheit fürchtet ist nicht Iebenswürdig. C’è un errore di vocabolario, che tradisce l’origine straniera di chi ha scritto il messaggio. Nonostante ciò, gli occupanti hanno sicuramente capito il significato della frase, e forse qualcuno di loro, anche uno solo, l’ha condiviso: «Chi ha paura della libertà, non è degno della vita».

Paper Bullets, Jeffrey H. Jackson, Algonquin, Chapel Hill, pagg. 326, € 27,22

Il mio nome è Selma, Selma van de Perre,Traduzione di Claudia Cozzi, Mondadori, Milano, pagg. 160, € 18

Ora che eravamo libere, Henriette Roosenburg, Traduzione di Arianna Pelagalli, Fazi, Roma, pagg. 276, € 18

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