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Il coraggio e l’orgoglio di fabbricare macchine

di Pier Luigi del Viscovo

(Bloomberg)

2' di lettura

C’é una pubblicità che mostra la macchina nuova in garage con accanto il suo cliente che la guarda ammirato, compiacendosi dell’acquisto. Non è appena rientrato a casa, sta uscendo. Solo che invece di salire in auto e godersela davvero (altrimenti si sarebbe comprato un quadro, che a quel prezzo ce ne sono di bellissimi) decide di inforcare la bici e pedalare.

La pubblicità cerca costantemente di conquistare il prossimo cliente, quello che finora non era riuscito a convincere. Nell’auto, chi è cliente? Tutti, verrebbe da dire, con una penetrazione record di 6 ogni 10 abitanti, neonati inclusi. Quelli però sono i possessori. Il cliente è colui che per alcuni mesi desidera e progetta di comprarne una (o meglio, un’altra) poi un bel giorno lo fa e per alcuni mesi si gode il suo nuovo acquisto. Fuori da questo innamoramento-e-luna-di-miele siamo automobilisti e spesso non contenti di usare la macchina, viste le condizioni del traffico e dei parcheggi. Lasciare l’auto in garage ci sta, è un sogno condivisibile. Domanda: è pure il sogno di chi sta desiderando di comprarla? Perché a loro parla una pubblicità, per convincerli all’acquisto di quel prodotto. Invece il messaggio è: comprala per non usarla. Messa così pare un controsenso. Non dovremo mica aspettarci che la pubblicità del Big Mac dica di farsi un più salutare spaghetto al pomodoro a casa? Sicuramente è più complicato di così. Magari quel cliente vive un conflitto, è bipolare. C’è un lui che desidera la macchina nuova, e dunque vale la pena conquistarlo, e c’è la sua coscienza a dirgli che guidare l’auto è peccato e dunque occorre rassicurarlo che sì, saprà resistere alla tentazione. Merita comprensione. Se per una macchina vive un simile oratorio adolescenziale, figurarsi sulle cose importanti.

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Ma l’industria, che atteggiamento deve avere? Cullarlo nel suo dramma significa condividerlo: se guidarle è peccato, lo è pure fabbricarle. Insomma, faccio macchine ma ammetto la mia colpa. Potrebbe funzionare se al pentimento seguisse l’impegno a non cadere in tentazione: tu non la usi e io smetto di fabbricarle. Allora sì, avrebbe un senso. Altrimenti, a recitare due parti in commedia si confondono la propria identità e i clienti, quelli non bipolari, che non saprebbero di cosa pentirsi: di andare al lavoro? di portare i figli a scuola? di mettere su strada auto nuove a bassissimo impatto?

Ognuno è libero di scegliersi il mestiere che crede e, svolgendolo con onestà e impegno, esserne fiero, senza nulla di cui vergognarsi. Ad altri potrà non piacere, ma chi ha il privilegio di poter parlare dovrebbe difenderlo, anche in rappresentanza di coloro che non hanno voce ma quell’auto l’hanno costruita con orgoglio per farla guidare e non nasconderla in garage.

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