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Il coreografo Maillot: “ La danza è spazio e contatto. Se non agiamo ora muore”

Il direttore dei Ballets de Monte Carlo in un video ha messo il suo inconfondibile piglio per lanciare un allarme autorevole

di Silvia Poletti

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Il direttore dei Ballets de Monte Carlo in un video ha messo il suo inconfondibile piglio per lanciare un allarme autorevole


3' di lettura

Lentamente, in tutti i teatri d'Europa si torna alle classi di danza. In tutti. Meno che in Italia. Al Teatro alla Scala, per esempio, le porte degli studi sono ancora chiuse e non riapriranno, pare, fino a metà luglio: il training “ad opera d'arte”' di questi professionisti deve ancora aspettare. Ci si arrangia, allora, come si può. In sale studio prestate, o alla peggio nel salotto di casa, attaccati al divano, magari in diretta Instagram.

Ma - direbbe qualcuno- non è una cosa seria. Anzi qualcuno lo ha detto, chiaro e forte. Dopo Alessandra Ferri, per esempio, il direttore dei Ballets de Monte Carlo, Jean Christophe Maillot. Che ha fatto di più: in un video lanciato in rete (con immediato successo virale) ha messo il suo inconfondibile piglio per lanciare un allarme autorevole sulle ambiguità dell'attuale situazione, tra regole sanitarie che rischiano di soffocare (letteralmente) un'arte e le deformazioni che una comunicazione sbagliata -via social- sta inculcando in molti.

Con un gran sospiro di sollievo, tolta la mascherina Maillot reclama le verità della danza: la sua necessità di spazio vero, di contatto fisico, di respiro. Una era e propria ‘sveglia', come titola il video, che dovrebbe far riflettere tutti, ovunque: “Mi sono accorto che i moltissimi video su internet potevano portare a far credere che è possibile cambiare la nostra modalità di lavorare adattandoci e scordando che lo scopo del nostro lavoro è la scena e il contatto fisico. Volevo dire di fare attenzione a far credere che esistono altre possibilità per fare spettacolo e piuttosto mostrare che non è possibile danzare in condizioni come quelle in cui siamo stati costretti.

Il contatto

Il nostro è un lavoro che si basa sul contatto, in rapporto agli altri: il pubblico e gli altri danzatori. E dunque, ovviamente con le massime precauzioni possibili, bisogna ripartire, perché altrimenti il rischio è la morte dell'arte. Aspettare le condizioni sanitarie ideali per riprendere il nostro lavoro significa dover attendere un vaccino e questo potrebbe voler dire aspettare molto tempo. Bisogna allora avere il coraggio di ritornare in sala, applicando naturalmente tutte le norme. Io ho deciso di riprendere le prove di Bisbetica Domata che vorrei portare, come stabilito, al festival di Granada in luglio.”


Si potrebbe obiettare che il Principato di Monaco è un'isola felice anche per l'arte e consente forse più libertà di manovra: “Niente affatto. Ho discusso moltissimo con il governo, spiegando che se si dovevano adottare le regole di distanziamento sociale la danza sarebbe sparita. E su questo mi sono confrontato anche con altri direttori di compagnie che ovviamente fanno riferimento alle norme dei loro paesi. Ma il problema è che i burocrati e i politici sono incapaci di comprendere la peculiarità del nostro mestiere. La danza è una disciplina artistica in cui il contatto fisico è essenziale. Bisogna smettere di terrorizzare le persone con toni da catastrofe mondiale. I miei danzatori hanno firmato una lettera in cui sono d'accordo per riprendere il lavoro. C'è un protocollo rigido e preciso-il rilevamento della temperatura, test settimanali a tutti, e così via. Ma ora che la pandemia è fortunatamente in regressione dobbiamo agire. È dovere degli artisti difendere ora la propria arte! Inutile aprire i teatri, se non ci sono spettacoli da presentare. La gente deve provare per andare in scena. Mi rifiuto di fare una programmazione specifica sul Corona Virus, basata su assoli o duetti. Ho una compagnia di 50 elementi, facciamo grandi produzioni. Questo è la nostra mission. E noi siamo una compagnia istituzionalizzata, con finanziamenti sicuri e in qualche modo potremmo superare questo momento catastrofico. Ma chi vive solo di tournée e spettacoli? Le piccole compagnie che fanno ricerca e sono essenziali all'ecosistema della danza? Rischiano la sparizione. Ci rendiamo conto del disastro?” Ma lei cosa pensa dell'opportunità offerta dalla piattaforma digitale, cavallo di battaglia del ministro della cultura italiano Franceschini, che ha destinato 10 milioni alla Netflix delle arti nel decreto Rilancio? “No no no! I politici non sanno di che parlano! Mi sta bene se queste piattaforme sviluppano delle creazioni pensate per il mezzo. Noi stiamo pensando a una cosa del genere, con film di danza e progetti appositi, che sarà a pagamento -perché gli artisti devono essere pagati! - ma sarà a integrazione dello spettacolo dal vivo e per aprirsi a nuovi pubblici. Mi sono reso conto che il video di cui parla è stato visualizzato da 2 milioni di persone, un bacino incredibile per ampliare il pubblico. Ma deve essere qualcosa che integra e non che rimpiazza l'esperienza dal vivo.”

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