Industria

Il coronavirus contagia la meccanica: ogni giorno perdiamo 1,7 miliardi di vendite

Nella macroarea da 1,6 milioni di addetti e 430 miliardi di ricavi è stata ammessa a produrre per decreto solo un’azienda ogni dieci. Lo stop è diventato insostenibile e i clienti esteri iniziano a rivolgersi altrove

di Luca Orlando

Fabbriche aperte / La meccanica che resiste con boom di ordini

Nella macroarea da 1,6 milioni di addetti e 430 miliardi di ricavi è stata ammessa a produrre per decreto solo un’azienda ogni dieci. Lo stop è diventato insostenibile e i clienti esteri iniziano a rivolgersi altrove


5' di lettura

Un miliardo e settecento milioni al giorno. In termini di ricavi persi il bilancio è pesante. E non potrebbe andare diversamente. Perché l’area vasta della meccanica è certamente la più colpita in termini di restrizioni a produrre, largamente assente dall’elenco dei codici Ateco ammessi ad operare.

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Tra acciaio e fonderie, dadi e bulloni, valvole e rubinetti, impiantistica e automazione, componentistica, elettronica-elettrotecnica e mezzi di trasporto, solo il 9,5% delle aziende può lavorare, appena il 14,5% dei lavoratori del settore, realtà che comunque riescono ad operare solo a scartamento ridotto.

Se le autorizzazioni chieste alle prefetture hanno in parte mitigato il quadro, la portata dello stop resta comunque pesantissima. Per la macro-area che rappresenta l’asse portante dell’economia italiana, in chiave interna e non solo. Dando lavoro a 1,6 milioni di addetti, sviluppando oltre l’8% del Pil, realizzando oltreconfine vendite per 222 miliardi di euro, poco meno della metà dell’export nazionale, oltre il 50% del fatturato del macro-settore.

IL PESO DEL COMPARTO

Gennaio-Dicembre 2019. Valori in miliardi di euro. <br/>Nota: quota meccanica su export Italia : 46,6%; totale export 221,8 mld euro

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Impasse insostenibile, che le imprese chiedono di modificare nella certezza di poter tenere insieme protezione e produzione, come già chi può operare sta facendo.

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«La salute è al primo posto – spiega il presidente di Federmeccanica Alberto Dal Poz – e le nostre aziende, ora come non mai, sono impegnate a tutelarla, adottando tutte le misure di sicurezza previste. Dobbiamo proteggere i nostri collaboratori nel presente e al tempo stesso abbiamo il dovere di dare loro un futuro».

Che nel caso della meccanica è legato a doppio filo all’export, alle posizioni faticosamente conquistate nei mercati globali, tramortiti ma non annullati dal virus. Così, quella che a febbraio, con lo stop cinese, poteva rappresentare un’opportunità per l’Italia, alternativa ghiotta per i produttori di tutto il mondo impegnati a trovare alternative alle forniture di Pechino, oggi rischia di trasformarsi in un incubo, con i clienti globali costretti a bypassare il made in Italy. «E molte imprese – aggiunge Dal Poz – una volta fuori dal mercato rischierebbero di non entrarci più».

Meccanica “graziata” dalla tagliola degli Ateco e aziende ammesse a produrre per via prefettizia dimostrano comunque come sicurezza e produzione siano già in questa Fase 1 conciliabili, anche tra le Pmi.

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«Grazie a distanziamenti e protezioni individuali – spiega l’ad della comasca Cresseri (carpenteria) Elena Proserpio - siamo da settimane impegnate con doppi turni. Necessari per fornire a Siare Engineering le parti meccaniche che servono a completare i ventilatori polmonari chiesti da Consip per l’emergenza negli ospedali».

«Distanze, turni modificati e protezioni sono la regola - aggiunge il presidente e ad della milanese Rold (componentistica) Laura Rocchitelli - e dalla prossima settimana misureremo la temperatura non più con un termometro mobile ma con un visore termico che associa il badge ai valori rilevati. Da pochi giorni possiamo produrre, ed è una salvezza. Perché il tempo giocava a nostro sfavore: la scorsa settimana un gruppo tedesco ha girato ad un nostro concorrente parte dei volumi attribuiti a noi. È una multinazionale seria, spero torni sui suoi passi. Ma dipende da loro».

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Tema che si pone con forza anche nel settore auto, dove sono i numeri ad indicare la distanza tra Italia e resto del mondo. Se da noi a marzo le immatricolazioni cedono l’85%, per Germania e Usa il calo è più che dimezzato, mentre la Cina arretra del 48%. Noi fermi, in sintesi, altrove non del tutto.

«Chiediamo di poter ripartire in sicurezza – spiega il presidente di Anfia Paolo Scudieri – perché le nostre imprese sono pronte e attrezzate per farlo. È opportuno che il Governo si faccia parte attiva di un coordinamento europeo sulla ripartenza dell’auto, anche per evitare la perdita di commesse importanti per i fornitori italiani».

Cambiando settore le stime sui danni del lockdown non si modificano di molto. La previsione di qualche giorno fa della meccanica varia (200 milioni al giorno di ricavi persi) è considerata ora ottimistica, con il presidente di Anima Marco Nocivelli a vedere per il settore cali di fatturato superiori, nell’ordine del 40% al mese. Per l’intera area degli impianti industriali Federmacchine stima un calo medio dei ricavi 2020 del 27%, oltre 13 miliardi di euro. Con l’impatto più ridotto per i macchinari legati al packaging (-15%), la cui produzione non è mai stata fermata. «Aziende - spiega il presidente di Federmacchine Giuseppe Lesce - che hanno lavorato nel pieno rispetto delle regole per la protezione dal virus, come possono fare tutti i produttori di beni strumentali. Ora è necessario correre ai ripari: chi è in grado di assicurare gli standard di sicurezza richiesti deve essere autorizzato a ripartire subito». «In queste settimane abbiamo investito risorse, aggiungendo ulteriori precauzioni rispetto alle misure previste dalle autorità – aggiunge il presidente di Ucimu Massimo Carboniero -, così da rendere ancora più sicure le nostre fabbriche, che non sono certo labour intensive».

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La tesi di fondo è che l’azienda oggi non sia un luogo a rischio. Con le fabbriche a rappresentare un presidio di regole, controlli e procedure in grado di minimizzare i pericoli grazie anche all’adozione di protocolli nazionali e accordi siglati con i sindacati aziendali o territoriali, come accaduto di recente a Bergamo e Brescia. Territori martoriati, in cui tuttavia, seguendo i protocolli, molte aziende restano tuttora operative. Il che non è rilevante soltanto dal lato dei ricavi, in fondo solo una condizione abilitante per un obiettivo più ampio: la tutela del lavoro. Un calo strutturale delle vendite del 10% - stima Federmeccanica - cancellerebbe una quota più o meno proporzionale di occupati, 170mila solo tra i diretti. «Noi – sintetizza Dal Poz – siamo pronti a ripartire in sicurezza. Sperando che non sia troppo tardi».

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