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Il Coronavirus non taglia lo smog. L’inquinamento cala al Nord grazie al meteo

Non si fanno ancora sentire sulla qualità dell'aria gli effetti dello stop alle attività. Il caso Codogno. Consumi elettrici in leggero rallentamento nella mattina

di Jacopo Giliberto

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(IMAGOECONOMICA)

Non si fanno ancora sentire sulla qualità dell'aria gli effetti dello stop alle attività. Il caso Codogno. Consumi elettrici in leggero rallentamento nella mattina


3' di lettura

Le regole sanitarie non stanno (per ora) abbassando lo smog padano e veneto. L'inquinamento dell'aria cala un poco da diversi giorni, a beneficio dei polmoni di chi abita in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ma - se cala - ciò è dovuto ai soliti fattori meteo climatici, cioè al soffio di maestrale o alla pioggia che sono la principale (forse ancora unica) arma per spazzare gli inquinanti che si accumulano nell'aria dell'Alta Italia.

E nei giorni scorsi forse i vincoli sanitari alle attività umane hanno aiutato a ripulire l'aria padana, ma finora i nasi elettronici delle centraline che fiutano l'inquinamento non se ne sono accorti.
Intanto le rilevazioni di Terna sulla domanda elettrica segnano per la mattina di giovedì 12 marzo una domanda più bassa del previsto (nell'ordine di un milione di chilowatt di richiesta energetica in meno rispetto alla previsione) ma nel pomeriggio i consumi elettrici sono ripartiti superando le previsioni. Per esempio alle 11,30 gli italiani consumavano circa 43,4 milioni di chilowatt rispetto a una previsione di domanda che era stimata in oltre i 44 milioni.

C'è un segnale che conferma il divario fra smog e blocchi virali: il caso di Codogno (Lodi), la cittadina al centro del primo fortissimo contagio del virus e delle prime norme che paralizzavano ogni attività. A Codogno quando scattarono le limitazioni severissime vi furono diversi giorni con il clima stabile e, smog intenso, non si notò alcuna differenza di rilievo con gli altri periodi.

Le tendenze
I dati dell'Arpa Lombardia (ma conferme vengono dalle altre agenzie ambientali regionali del Piemonte, dell'Emilia-Romagna e del Veneto) rilevano in questi giorni una leggera tendenza al calo dello smog dovuto soprattutto ai fattori meteorologici osservati: la settimana scorsa una pioggia battente ha lavato l'aria, trascinando sul terreno le polveri fini, gli ossidi di azoto e l'ammoniaca; nei giorni successivi il vento ha disperso di nuovo la contaminazione, mentre all'inizio di questa settimana il sole non ha favorito la cosiddetta “inversione termica” che nei periodi peggiori trattiene gli inquinanti al suolo, i quali così hanno potuto disperdersi.

Da molti giorni le centraline indicano medie ben sotto l'obiettivo di qualità dei 50 microgrammi di polveri sottili Pm10 in ogni metro cubo d'aria: l'Arpa Lombardia rilevava per martedì presenza di polveri fra i 20 e i 30 microgrammi, secondo le diverse città, e nelle altre regioni del Nord indicazioni simili da tutte le altre grandi città; prima che scattassero le nuove misure, venerdì 6 marzo i dati erano ancora più lusinghieri, tra i 10 e i 20 microgrammi di Pm10 in Lombardia (a Torino erano 43, a Venezia 15, a Verona 27 e a Bologna 23 microgrammi di Pm10 il giorno venerdì 6 marzo).

Il calo dei prossimi giorni
È facile invece che nei prossimi giorni, se il clima sarà costante, si potrà leggere l'effetto atmosferico del blocco antivirus sulle regioni del Nord. La somma fra le scuole chiuse (una delle cause più feroci del traffico) e le serrande abbassate (le consegne delle merci ai negozi sono un altro motivo di traffico rilevante) fa scendere l'inquinamento da traffico, inquinamento che però d'inverno viene coperto da quello prodotto dalle caldaie per il riscaldamento.

Per riuscire a leggere la variazione in modo chiaro e depurato dagli effetti climatici servono diversi giorni di omogeneità meteorologica, cioè senza cambiamenti del tempo.

Il ruolo del meteo
Per valutare le variazioni e le cause dell'inquinamento dell'aria bisogna considerare tutte le variabili che entrano in gioco nello stesso momento, come il meteo, il traffico, l'attività dell'industria e così via. Bastano temperature un po' più fredde o un po’ più miti per far lavorare di più o di meno le caldaie degli impianti di riscaldamento e produrre più o meno emissioni.

Sono tutti i fattori che per dare un risultato leggibile devono essere misurabili e analizzati per un periodo congruo, non pochi giorni.

Il caso di Codogno
Interessante per esempio il caso rilevato a fine febbraio a Codogno, la città della Bassa lodigiana al centro della prima zona rossa di contagio da Covid-19. Il 25 febbraio, secondo le rilevazioni dell'Arpa Lombardia, le concentrazioni di polveri fini Pm10 erano rimaste sopra ai limiti in quasi tutta la Lombardia compresa la zona rossa (con 82 microgrammi di polveri in ogni metro cubo d'aria misurati a Codogno e 64 microgrammi misurati nella vicina Bertonico), come se la paralisi di ogni attività non avesse apportato alcun beneficio ambientale. È stato necessario aspettare un giorno, il 26 febbraio, quando il vento di maestrale e poi di tramontana ha spazzato tutta la pianura padana, portando in Lombardia una consistente riduzione delle concentrazioni medie giornaliere di Pm10, che quasi ovunque sono risultate inferiori a 50 microgrammi di polveri per ogni metro cubo d'aria.

Riproduzione riservata ©
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    Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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