la trasparenza che non c’è

Scuola, il costo dell’istruzione resta occulto

di Luisa Ribolzi


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3' di lettura

Con lo stesso clamore delle grida manzoniane vengono periodicamente annunciati concorsi e sanatorie per inserire nella scuola nuovi insegnanti e risolvere una volta per tutte il problema del precariato. Eppure il Miur è già l’impresa italiana con il maggior numero di dipendenti, anche se è difficile avere dati esatti su quanti e quali siano, e la spesa per gestire questa macchina gigantesca è la quota dominante, se non esclusiva, della spesa per l’istruzione.

I dati più recenti sono quelli della Ragioneria dello Stato, con i preventivi per gli anni 2019-2021, estremamente dettagliati, che prevedono una diminuzione ulteriore dei già risicati stanziamenti, ma ne rinvio l’analisi agli esperti. A loro volta le cifre sintetiche fornite all’Ocse (relative al 2015) ci dicono che la spesa pubblica per l’istruzione è stata di 67,4 miliardi di euro, pari al 4,1% del Pil e all’8,1% della spesa pubblica. Questi valori sono inferiori a quelli della maggior parte dei paesi dell’Ocse: in Germania sono rispettivamente 4,5 e 10,3, in Francia 5,5, e 9,7, in Inghilterra 5,7 e 13,1, in Spagna 4,2 e 9,5: solo la Grecia e alcuni dei paesi dell’Est spendono meno di noi. Fatta cento la spesa per l’istruzione nel 2010 e confrontandola con il 2005 e il 2015, l’Italia è scesa da 103 del 2005 a 99 nel 2015, mentre sia la media Ocse che quella dell’Unione europea a 22 sono sempre salite, sia pure di poco.

A quanto pare, i decisori italiani non considerano la spesa per l’istruzione come un investimento, ma come un puro e semplice costo. Abbastanza paradossalmente, però, il costo per portare uno studente dalla scuola dell'infanzia al diploma nella scuola statale “gratuita” è molto elevato: nel 2009 servivano 108.625 euro (122.775 con due ripetenze). I tagli imposti dalla legge Tremonti (legge 133/2008) hanno fatto calare la spesa dapprima lentamente, poi bruscamente, perché nel 2012 si è scesi a 88.106 per risalire nel 2013 a 89.336. Nei cinque anni il calo è stato del 17% circa e ha inciso su tutti gli ordini di scuola: la voce su cui c'è stato un maggiore risparmio sono stati gli insegnanti, calati dell’11% circa, e con gli stipendi praticamente bloccati (dati ovviamente da aggiornare con le cospicue assunzioni previste dalla “buona scuola”). Nonostante il bilancio demografico già sfavorevole, il rapporto insegnanti/alunni si è mantenuto al di sotto della media europea, con un orario di servizio (ore per anno) che è anch’esso minore.

Il ministero stima poi il costo delle ripetenze anche se sarebbe auspicabile una maggiore chiarezza sulle fonti e il trattamento dei dati: un anno perso nella scuola secondaria di primo grado o negli istituti professionali costa tra 6 e 7mila euro, molto di più un anno perso nella secondaria di secondo grado, che si aggira sugli 11.500 euro. Lo spreco di risorse umane si traduce anche in un sensibile aggravio economico, e può essere questa, più dell’attenzione a promuovere il successo formativo, uno dei motivi per contenere la dispersione.

Se poi vogliamo stimare quanto costa portare alla laurea un ragazzo, dovremmo tenere conto della diversità fra i corsi di laurea: utilizzando sempre le fonti Ocse, abbiamo per il 2015 una spesa annua per studente pari a 11,257 euro, contro una spesa media dei paesi Ocse di 15.656. Calcolando cinque anni di percorso netto (ma il tempo medio di laurea è di oltre sette) arriviamo a 56.285 euro, che aggiunti ai precedenti 89.336 danno un totale, sempre stimato, di 145.621 euro, a cui andrebbero aggiunte le spese delle famiglie, che per i ragazzi della scuola sono relativamente contenute, sostanzialmente libri e trasporti, mentre per l’università stime fatte da vari giornali o trasmissioni televisive calcolano per i fuori sede in 8-10mila l’anno più le rette, che per le università statali sono proporzionali al reddito, e hanno un valore medio di circa 1600 euro per il triennio e 1800 per la laurea magistrale.

Forse bisognerebbe tenere presenti queste cifre quando si afferma, a ragione, che il problema degli italiani che espatriano è più grave di quello degli stranieri che arrivano: il centro studi Confindustria stima che ogni anno “esportiamo” capitale umano che ci è costato 5,6 miliardi di euro, cioè quasi un decimo di tutta la spesa per l’istruzione. Se aggiungiamo i costi sostenuti dalle famiglie che mandano i figli nelle istituzioni non statali, che hanno rette elevate, ma minori dei costi sostenuti per i ragazzi “statali”, abbiamo un quadro ancora più negativo. Qualsiasi politica seria sulla scuola dovrebbe partire da un’ accurata disamina delle risorse umane e finanziarie impegnate per la formazione dei propri giovani. E invece questa disamina non è accurata o meno. Semplicemente, non esiste.

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