Interventi

Il costo delle procedure che blocca la ripresa

di Giuseppe Di Taranto e Angelo Guarini

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3' di lettura

Nello spirito di coesione politica che deve unire tutti per amore dell’Italia, tema centrale del programma di Mario Draghi è la riforma della pubblica amministrazione, che deve trovare esecuzione nei successivi decreti attuativi, in Italia sempre molto lenti e farraginosi, pena la perdita di parte dei 209 miliardi del Recovery fund. In proposito, il recente Position paper di Confindustria «Il costo delle procedure autorizzative per la transizione energetica e la sostenibilità», conferma questo rischio, evidenziando che sostenibilità, decarbonizzazione e green economy non sono slogan, ma investimenti e risorse stimabili tra i 50-60 miliardi l’anno fino al 2030. A cui vanno aggiunti i 70 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che dovrebbero generare sviluppo e impatti sociali positivi, ma bloccati da iter autorizzativi inefficienti e complicati a causa dei quali si rischia di produrre solo ulteriori deficit di competitività per il nostro Paese.

Risultato: questa paralisi pesa per circa 400 milioni l’anno per i mancati investimenti e per almeno altri 200 per la minore sicurezza del nostro sistema energetico, per complessivi 600 milioni. Inoltre, il Position paper lamenta il grave ritardo dei Dicasteri che avrebbero dovuto dare attuazione alle semplificazioni degli iter autorizzativi, paradossalmente gli stessi che avrebbero dovuto promuovere gli obiettivi di stabilità del Paese.

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Che la situazione sia molto vischiosa è confermato dal fatto che per dare corso operativo al Decreto Semplificazione servono ben 64 decreti attuativi.

Vogliamo, pertanto, lanciare un forte allarme sulla inderogabilità, ora più che mai in piena fase pandemica, di superare colli di bottiglia che limitano in modo ormai intollerabile ogni iniziativa di sviluppo. Purtroppo, il tema in questione è fin troppo datato, al punto che probabilmente si è venuta a creare una sorta di abitudine, se non di consuetudine, mista ad apatica rassegnazione.

Già nel lontano 1973 Guido Carli, nelle «Considerazioni finali» della sua relazione quale Governatore della Banca d’Italia, utilizzò l’espressione «lacci e lacciuoli», e nel vuoto sono cadute anche varie sollecitazioni o narrazioni quali quelle del Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che lamentò di avere impiegato ben otto anni per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie alla costruzione di uno stabilimento di Mapei a Mediglia (Milano), mentre nello stesso arco di tempo l’azienda aveva realizzato e fatto decollare ben dodici stabilimenti in diversi Stati nel mondo. Secondo una ricerca svolta da Confartigianato, per aprire una gelateria occorrono ben 73 adempimenti, con 26 Enti diversi e per un costo di 13 mila euro.

Come uscire da questa impasse? A nostro avviso è utile fare una rapida operazione di benchmarking, verificando come sono regolamentati gli iter autorizzativi dei nostri maggiori competitor, quali Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Spagna. È noto che in quei Paesi, al di là di alcune differenze nei tempi e nelle modalità, gli iter sono mediamente snelli, rapidi ed in grado di assicurare tempi certi. Quasi ovunque viene accentrato in un’Agenzia il ruolo di interfaccia con l’investitore, fornendo tutta l’assistenza possibile quanto ad agevolazioni, cofinanziamenti, logistica e autorizzazioni, queste ultime spesso decise o coordinate dalla stessa Agenzia. La certezza dei tempi è garantita dal silenzio-assenso di pochi mesi. Inoltre, i controlli sono per la maggior parte ex post, cioè sull’investimento realizzato, aspetto che richiederebbe una vera e propria rivoluzione copernicana.

Ritornando alla citazione di Guido Carli, la situazione è peggiorata, a causa della istituzione di diversi Enti e altri soggetti pubblici, in merito ai quali non è stata mai elaborata un’analisi approfondita di costi/benefici. Da ciò, l’amara considerazione che addentrarsi nella giungla dei percorsi autorizzativi, intervenendo a colpi di machete, è stato finora un esercizio illusorio. Forse sarebbe preferibile aggirarla, ispirandosi alle best practices altrui, per cercare di colmare un gap che rappresenta un limite invalicabile alle prospettive di sviluppo. Peraltro, ulteriori perdite di tempo ed aggravio di costi sono altresì dovuti a numerosi contenziosi in sede giudiziaria, innescati dalle tante incertezze interpretative derivanti da una inusitata massa di norme. Necessario, pertanto, anche un consistente snellimento di leggi, decreti e regolamenti. Certo, per attuare le riforme di cui il nostro Paese ha bisogno occorrono determinazione e coraggio. Ma la grave situazione di salute pubblica, di crisi economica e di allarme sociale per la pandemia da Covid può costituire un grimaldello per scardinare la burocrazia con i suoi “lacci e lacciuoli”. Senza scelte e provvedimenti drastici, il nostro Paese non uscirà mai da una situazione di deficit di competitività e, quindi, di lento e inesorabile declino.

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