SCENARI GLOBALI

Il Covid-19 e la rivincita degli stakeholder

di Adriana Castagnoli

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(Adobe Stock)


3' di lettura

Il mondo occidentale ha avuto più di un decennio per prepararsi a una nuova recessione globale dopo la crisi finanziaria del 2008, ma non ha imparato la lezione fondamentale: che una risposta politica scoordinata prolunga la debolezza dell’economia con inevitabili e imprevedibili conseguenze a livello sociale e politico.

Il risultato è un paesaggio geopolitico sconvolto, in cui gli Stati visualizzano opportunità e sfide attraverso lenti unilaterali. Gli Stati Uniti, fondatori dell’ordine globale multilaterale, con l’ “America First” di Donald Trump lo hanno ripudiato, assumendo decisioni via via più solipsistiche. Mentre l’Europa, indebolita dalle conseguenze sociali ed economiche della crisi, ha visto messi in discussione i principi della sua fondazione, tanto all’interno che all’esterno.

Il danno economico originato adesso da un crollo della domanda e, insieme, dell’offerta causato da Covid-19 potrebbe risultare devastante. I Paesi del G20 hanno da tempo livelli altissimi di debito e tassi di crescita relativamente bassi. Il rallentamento dell’economia mondiale precede l’interruzione in corso di molte catene di fornitura, la guerra dei prezzi del petrolio fra Russia e Arabia Saudita, la mancanza di coordinamento fra autorità monetarie e politiche fiscali e sanitarie dei governi, l’elevato indebitamento o la cattiva qualità del debito di molte aziende. Di fronte all’incertezza la reazione autarchica dei governi che cercano di blandire i propri cittadini o la tentazione ad adottare pratiche illiberali sono ancor più pericolose. Ciò che non hanno potuto fare la crisi del 2008 e l’unilateralismo di Washington potrebbe ottenerlo il Covid-19: disintegrare quel che resta del multilateralismo e delle istituzioni sovranazionali, in primis l’Ue.

Eppure l’Europa, secondo un recente rapporto di McKinsey&Company, ha le carte in regola per quanto riguarda asset economici in settori strategici come automotive e prodotti farmaceutici, è leader nella sostenibilità, protezione dei dati e della privacy, nel progresso sociale e nella gender equality, ha più sviluppatori di software degli Usa, moltissime start-up avanzate. Ma resta indietro perché non ha ancora realizzato compagnie che possano innovare su larga scala, un gap particolarmente acuto nelle tecnologie digitali: un campo, questo, in cui sia la Cina sia gli Usa sono enormemente avvantaggiati da mercati meno frammentati. Solo uno sforzo unitario a livello europeo può creare un’economia di scala adatta alle sfide (anche sanitarie) del mondo attuale. Nazionalismo ed euroscetticismo sono sintomi di un’Europa che è incapace di correggere ineguaglianze sociali e disparità regionali, cominciando dai molteplici regimi di tassazione corporate (per esempio, ben 81 diversi regimi di tassazione del valore aggiunto) e degli individui che creano enormi sperequazioni di opportunità fra territori, persone, aziende.

The Global Risks Report 2020 avvertiva che l’economia mondiale avrebbe registrato un “rallentamento sincronizzato”. D’altronde, cambiamenti climatici estremi, attacchi informatici, proteste dei cittadini contro sistemi politico-economici che esasperano l’ineguaglianza hanno fatto da sfondo a restrizioni e distorsioni introdotte dai singoli Stati negli scambi mondiali. La svolta verso il populismo e il nazionalismo, secondo il Global Trade Alert, ha imposto poi un pesante pedaggio al sistema degli scambi globali. Dal gennaio 2017 al 15 novembre 2019 i governi hanno introdotto 2.723 nuove norme e regole di riforma e di distorsione dei mercati. Cina e Stati Uniti sono responsabili per circa un quarto di queste normative, ma il resto è in carico agli altri Stati, Paesi europei compresi.

Così, nella recente conferenza di Monaco sulla sicurezza si è posta una questione ineludibile: integrarsi più strettamente a livello europeo per bilanciare gli Usa (come urge Macron) o scegliere un’altra sponda muovendo più vicino a Mosca e a Pechino nel timore di perdite dell’export e dell’instabilità in Medio Oriente. Una soluzione questa che potrebbe non dispiacere a Italia, Germania e Spagna ma che vedrebbe l’opposizione dell’Europa dell’Est.

Il punto è che se la gente è desiderosa di barattare i valori democratici con maggiori guadagni, allora siamo in una società opposta a quella che John Rawls, il grande filosofo del liberalismo moderno, definiva una “buona società” in quanto dà priorità alle libertà di base su ricchezza e guadagno. Come osserva Branko Milanovic, se gli Stati falliscono nell’affrontare i problemi della crescente ineguaglianza, il rischio è che il capitalismo e le democrazie liberali finiscano per convergere con il capitalismo politico, ossia il modello cinese, o siano attratte da “democrazie illiberali” come Russia e Turchia.

La crisi attuale, amplificata da Covid-19, è profonda e di sistema. Per uscirne, salvaguardando i valori fondanti delle democrazie occidentali, non c’è che una strada: privilegiare i molti stakeholder rispetto ai pochi shareholder. O le società occidentali non avranno futuro.

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