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Il Covid diventa endemia. Anzi, no: resta pandemia. Chi ha ragione tra gli esperti?

Il tema non investe solo medici, virologi ed epidemiologi ma anche i Paesi, con alcuni che stanno già lavorando o pensando a strategie post-Covid

di Marzio Bartoloni

Coronavirus: bollettino del 16 gennaio 2022

4' di lettura

È già arrivato il momento di trattare il Covid non più come una pandemia ma come un’endemia con la quale convivere senza più misure troppo limitanti e condizioni di emergenza, quasi come una influenza, anche se un po più «robusta»? Il dibattito è già partito e si è subito trasformato in un derby tra «pandemisti» ed «endemisti». Il tema non investe solo medici, virologi ed epidemiologi ma anche i Paesi (con chi come Inghilterra e Spagna già guardano all’endemia e altri, inclusa l’Italia, che sono molto più cauti). Anche se pure nel nostro Paese tra le Regioni è già partita la spinta per fare qualche passo avanti verso la fase dell’endemia, quello della gestione del virus con i vaccini.

Il fronte degli «endemisti»: dall’Inghilterra alla Spagna

A guidare il fronte di chi guarda già all’endemia è l’Inghilterra con il suo premier Boris Johnson che punta a lasciarsi alle spalle l’incubo Covid, probabilmente eliminando già a fine mese le ultime restrizioni - come il green pass introdotto in Inghilterra un mese fa solo per gli ingressi alle discoteche e agli eventi di massa -, e lanciando, grazie a dati su contagi, morti e ricoveri in diminuzione, la strategia per trattare il coronavirus non più come una pandemia ma come un’endemia. Una strategia che vuole fare propria anche la Spagna con il suo primo ministro: «Andiamo verso endemia, è ora di cambiare approccio», ha detto nei giorni scorsi Pedro Sanchez. Che vuole convincere ora anche l’Europa: «Dobbiamo valutare l’evoluzione del Covid dalla situazione di pandemia vissuta finora verso quella di una malattia endemica». Secondo il primo ministro spagnolo, la direzione da seguire è quella di monitorare l’evoluzione del Covid in modo simile a quanto si fa con l’influenza comune e per questo sta lavorando a un piano con le Regioni.

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Bassetti: più coraggio, andiamo verso influenza rinforzata

«Credo che nel momento in cui finirà questa ondata la prossima primavera, noi avremo ragionevolmente il 95% e forse più degli italiani che avranno una sorta di immunità, cioè saranno protetti chi dal vaccino, chi dalla malattia», avverte Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova. Se «saremo tutti più protetti dalle forme più gravi, quelle che ci portano al ricovero in ospedale, mi pare evidente che avremo una forma di influenza, magari “rinforzata”». Uno scenario di «endemizzazione» sulla base del quale Bassetti, auspica più coraggio. «Da parte delle nostre istituzioni governative, soprattutto all’interno del ministero della Salute - sottolinea l’esperto - io trovo ancora un po’ troppa riluttanza a cambiare il modo di affrontare questa pandemia. Bisogna essere più dinamici», dice. Secondo l’infettivologo, in futuro «dobbiamo andare verso una convivenza» con Sars-CoV-2, «anche pensando che questa» infezione, «per i vaccinati e per i protetti» da un contagio pregresso, «sarà una forma molto simile all’influenza. È quello che altri Paesi hanno fatto e che mi auguro faremo anche noi», appunto «cercando di avere un pochino più di dinamicità».

Il fronte dei pandemisti resta quello più numeroso

Per ora la stragrande maggioranza dei Paesi sceglie ancora la linea della prudenza e quindi quella di gestire questa fase ancora come una pandemia o comunque come, si spera, la coda della pandemia. Molte le voci prudenti tra gli esperti. «Trattare Covid come influenza? Io penso che non sia un atteggiamento giusto». Queste le parole di Silvio Garattini, presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, per il quale non bisogna «abbassare la guardia. La mortalità oggi è ancora alta. Sarà la metà del passato, ma c’è ancora. Speriamo che arrivi il momento in cui Covid potrà essere trattato come un’influenza, o come un raffreddore, ma questa è una speranza, per adesso». Sceglie la linea della cautela anche Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di Sanità e portavoce del Cts che consiglia il Governo e che in una intervista alla Stampa parla ancora di «fase acuta» della pandemia. Brusaferro parla di endemia come «scenario possibile, ma la realtà attuale è di crescita del contagio». Anche Vittoria Colizza, direttrice del laboratorio EPIcx, consulente del governo francese sulla pandemia sempre in una intervista alla Stampa spiega che «non sappiamo con quali scale di tempo» si va verso l’endemia, «se in sei mesi o tre anni. Sempre che non spuntino nuove varianti con maggior patogenicità o evasione immunitaria. Cosa che al momento - conclude la consulente del Governo d’Oltralpe - non si può escludere»

Dopo la variante Omicron nuovo scenario?

Difficile dire chi ha ragione tra «pandemisti» ed «endemisti» anche perché tutte le volte che sono state fatte previsioni sul Covid sono state tragicamente smentite. È però vero che l’avvento della variante Omicron ormai diventata dominante, contagiossissima ma anche molto meno aggressiva delle varianti che l’hanno preceduta, sta aprendo uno scenario nuovo soprattutto lì dove la percentuale dei vaccinati è altissima perché il virus fa molti meno danni. Uno scenario che però in Italia - che ha praticamente il 90% degli over 12 vaccinati - ancora non sembra raggiunto viso che si contano ancora molti morti - un migliaio solo negli ultimi tre giorni -, ma il dato potrebbe essere influenzato ancora dai contagiati di Delta finiti in ospedale nelle settimane scorse. Quindi forse, come sempre, bisogna continuare a guardare ai dati settimana dopo settimana, anche se dopo due anni si può cominciare a guardare al futuro con un cauto ottimismo.

Il 2023 come anno di uscita dalla pandemia

Come detto, è difficile fare previsioni, ma molti esperti si spingono a guardare al 2023 come anno di uscita dalla pandemia. La pensa così il virologo Marco Falcone, ricercatore in Malattie infettive dell’Università di Pisa e membro del Consiglio direttivo della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit): «È plausibile che dal prossimo anno possa essere considerata come una malattia endemica, la prospettiva è questa», spiega Falcone. «Nel momento in cui la stragrande maggioranza degli italiani sarà vaccinata con tre dosi, e questo - sottolinea il virologo - avverrà nel giro di un mese massimo, con una copertura del genere avremo una popolazione largamente immunizzata che tra l'altro è andata anche incontro a Omicron quindi - sottolinea l’esperto - non abbiamo più una popolazione scoperta, senza anticorpi il cui virus come primo incontro causa malattia grave». Sarà allora «plausibile - conclude il virologo - considerare questo passaggio e io credo che sarà un qualcosa che avverrà per il prossimo anno».


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