8 marzo

Il Covid ha ucciso il part time. E per le donne può essere una buona notizia

La nuova flessibilità del lavoro agile, forzatamente sperimentato in pandemia, dà una risposta nuova alla conciliazione famiglia-lavoro

di Chiara Di Cristofaro

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5' di lettura

Il part time? Anacronistico, un po' vintage. Può essere utile, certo, in alcuni casi ma non rappresenta più la soluzione ideale al problema della conciliazione famiglia-lavoro che, tuttora, riguarda prevalentemente le donne. Se fino a una decina di anni fa ottenere il part time, soprattutto in alcuni settori, era considerata una vera e propria conquista per il lavoro femminile, oggi il punto di vista è totalmente cambiato. Il costo del part time in termini di impoverimento economico, disparità pensionistica, stop alla carriera, è enorme e lo stanno pagando quelle donne che hanno ridotto le ore lavorative per riuscire a gestire famiglia e figli e lavoro di cura in genere. Proprio la pandemia, con l'esplosione (incontrollata, per ora) dello smart working, può fare la differenza e rappresentare una svolta importante, perché è proprio l'essenza del lavoro ad essere cambiata con questa pandemia. Vediamo come.

Una donna su 3 lavora part-time, record di quelli involontari

Partiamo dai numeri: rispetto agli uomini, le donne hanno meno probabilità di lavorare full time, maggiori probabilità di avere posti di lavoro con minore retribuzione e meno probabilità di fare carriera. Così l'Ocse sintetizza la situazione lavorativa delle donne in tutto il mondo, concludendo che permane un forte gender pay gap che fa sì che le donne corrano maggiormente il rischio di terminare la loro esistenza in povertà. In Italia, il 7,9% dei lavoratori ha un impiego part time, contro il 31,8% delle lavoratrici, cioè quasi una donna su tre. La media dei Paesi Ocse è, rispettivamente, del 9,6% e del 25,4%.

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Ma il dato che colpisce maggiormente, oltre ovviamente alla discrepanza uomo-donna, riguarda il numero dei part time involontari: l'Italia ha il record dei part time femminili involontari, subiti e non scelti, pari al 20% del totale secondo i dati Ocse (per gli uomini sono il 6,5%), nel 2005 erano il 9% e nel 2010 il 13%. Un boom, negli ultimi anni, di aziende che preferiscono lavoratori a tempo parziale. «Bisogna considerare la questione sia dal lato della domanda che dell'offerta. Dal lato aziendale, sembra più che altro una questione di distribuzione del lavoro, più che produttiva, visto l'elevato numero di part time involontari», riflette la professoressa Luisa Rosti, ordinaria di Politica economicaall'Università di Pavia. «Ma dal lato delle donne la domanda che ci dobbiamo porre è: cosa le tiene legate al part time oggi?».

IL GENDER GAP

Dati in %

IL GENDER GAP

Le rinunce del tempo parziale: stipendio, carriera e pensione

La domanda della professoressa Rosti è tanto più lecita se si pensa a quale sia il costo del part time per la vita lavorativa: in termini di stipendio, ovviamente, di carriera (e qui va fatto un ragionamento) e soprattutto di pensione, un fattore spesso sottovalutato ma che porta a una prospettiva di maggiore povertà per le donne dopo l'età lavorativa, come diretta conseguenza del gap contributivo oltre che di quello retributivo, di carriere più brevi e di maggiori periodi di astensione dal lavoro. In media, nei Paesi Ocse, le donne hanno una pensione del 25% inferiore a quella degli uomini.

Chiara Bisconti è una manager con grande esperienza di multinazionali e di settore pubblico, assessora al Comune di Milano nella giunta Pisapia, è consulente per le Risorse umane e siede nei cda di aziende pubbliche e private. In passato, il suo era l'esempio di come un tempo parziale poteva conciliarsi con una carriera di successo e con la famiglia. «Certo - dice Bisconti - ai tempi l'ho considerato un'opportunità concreta di conciliazione, ne ho usufruito e da direttrice del personale l'ho concesso quando richiesto, l'ho sostenuto e caldeggiato. Ma questo valeva quando non c'era il lavoro agile: era il minore dei mali. Adesso mi sembra una scelta superata, almeno se parliamo di conciliazione». Sulla stessa lunghezza d'onda anche Silvia Zanella, autrice de "Il futuro del lavoro è femmina"(Bompiani): «Fino a una decina di anni fa era considerato a tutti gli effetti una modalità di conciliazione che permetteva, specialmente alle donne, di avere un equilibrio maggiore tra vita familiare e lavorativa, con i lavori di cura tradizionalmente a carico delle donne». E' stato un tentativo di cambiare un paradigma del lavoro, aggirando però l'ostacolo.

Il part time aiuta la conciliazione o gira intorno al problema?

Un primo problema, quindi, sta come noto nella disparità nella spartizione dei carichi del lavoro di cura in famiglia: pesando prevalentemente sulle donne, è a loro che si richiede la rinuncia al tempo del lavoro. Ma «il part time non risolve il problema della cura - dice Chiara Bisconti - in uno schema che resta rigido diventa un altro modo per penalizzare le donne. Il vero tema - è mettere in discussione l'intero paradigma del lavoro, che è fatto sul modello maschile, uno schema dei nostri padri e mariti che si fonda su un tempo unico, dedicato totalmente al lavoro, con disponibilità infinita grazie a famiglie che li curano". Con il part time giriamo intorno al problema ma senza risolverlo, un problema che è molto italiano e che fa parte della nostra società, maschile e patriarcale. «Sono ottimista - dice ancora Bisconti - perché le nuove generazioni mostrano una netta inversione di rotta, con una maggiore cura e rispetto del tempo individuale».

E' ora di valutare i risultati, non il tempo passato seduti al pc

In attesa del cambiamento generazionale, è arrivata la pandemia. «Siamo in un momento molto interessante - dice Bisconti - il tema centrale è il tempo, la gestione matura del tempo lavorativo e con il lavoro agile il tema del part time risulta superato, anacronistico, per la conciliazione. In quest'anno abbiamo capito che possiamo lavorare in modo diverso». E questa diversità richiede di «spostare la valutazione sul lato del risultato e non del tempo - dice Rosti - deve interessare la valutazione della prestazione, non dove e quando viene realizzata». Ed è qui, la chiave, secondo Silvia Zanella, che sul futuro del lavoro concentra i suoi interessi: «Vorrei chiamarlo smart working . dice - purtroppo non è ancora così, ma presumo che lo diventerà e quindi avrà sempre meno senso prendere il part time laddove sia garantita al lavoratore o alla lavoratrice la possibilità di organizzare il suo tempo in maniera totalmente autonoma, o quasi». Si apre un tema contrattuale e giuslavorista importante: «Avrà senso continuare a utilizzare una modalità contrattuale con una definizione dell'orario rigida? Al momento questa è una delle caratteristiche principali del lavoro subordinato, serve una visione intelligente e lungimirante da parte delle organizzazioni che da un lavoro più mobile non avrebbero che da guadagnare. In primis in termini di maggiore occupazione femminile».

Ripensiamo il tempo per ripensare il lavoro del futuro

Un ripensamento complessivo, generale, del sistema lavoro, come già avvenuto da anni in altri Paesi europei e non. Un ripensamento che mette da parte il tempo, dunque, a favore delle competenze personali e dei risultati raggiunti. In quest'ottica possiamo anche fare un ulteriore passo avanti: «Se usciamo dall'ottica di conciliazione e dal tema uomo-donna - dice Chiara Bisconti - a mio parere il part time (quello verticale, preferibilmente) va considerato uno strumento ancora valido per quelle professionalità che vogliono utilizzare il tempo su due fronti, per esempio con due lavori differenti su cui puntare, creando percorsi professionali interessanti». Si superano così alcune delle lacune che abbiamo visto sopra, da quella retributiva a quella contributiva. E la carriera? «Ci sono posizioni apicali che possono richiedere un impegno totalizzante - riflette Silvia Zanella - ma dobbiamo uscire dalla logica assenza fisica uguale poco coinvolgimento, scarso attaccamento all'azienda. Nella maggior parte dei Paesi europei è normale essere considerati efficienti se non si sta in ufficio oltre l'orario normale». Il part time può restare uno strumento utile in alcune fasi della vita, ma serve un approccio complessivo diverso al lavoro: «Una diversa distribuzione dei carichi familiari, servizi di welfare più efficienti ma nelle organizzazioni è indispensabile una maggiore valorizzazione dei percorsi lavorativi a tempo parziale, senza che siano automaticamente relegati a ruoli meramente operativi».


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