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Il coworking si riorganizza

Il Covid-19 cambia l’approccio del lavoro, per modalità, tecnologie, ambienti e orari cui anche gli spazi condivisi dalle partite Iva si adeguano con soluzioni innovative

di Laura Dominici

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(Agf)

Il Covid-19 cambia l’approccio del lavoro, per modalità, tecnologie, ambienti e orari cui anche gli spazi condivisi dalle partite Iva si adeguano con soluzioni innovative


5' di lettura

La diffusione del Coronavirus ha imposto un cambio nell’organizzazione del lavoro anche se, per alcuni versi, ha accelerato un cambiamento già in atto e lo smart working, con il suo modello organizzativo, ha introdotto da tempo un diverso approccio del lavoro, per modalità, tecnologie, ambienti e orari.

«Adesso però si devono adottare soluzioni diverse rispetto al passato – commenta Gianfranco Marinelli, presidente di Assufficio di FederlegnoArredo –. Certamente il coworking, che non è solo una condivisione degli spazi ma anche un ambiente flessibile, si può prestare a gestioni utili in questa fase di rimodulazione degli ambienti di lavoro. Molti dei nostri associati già oggi stanno progettando nuove soluzioni e prodotti specifici. Le aziende italiane sono avvantaggiate in tal senso e, anche se non sono le più grandi, è dato certo che sono le più flessibili e creative al mondo, realizzando prodotti di qualità e design unici».
Per il presidente di Assufficio in futuro andranno ripensate le aree comuni e alcune caratteristiche degli office pod (strutture compatte che si possono adattare sia all’interno che all’esterno degli ambienti), dei phone booth (cabine fonoisolanti) ed in genere delle nuove postazioni isolate acusticamente, potrebbero essere soluzioni utili. «La socialità non sarà messa in discussione – aggiunge – ma solo la distanza fisica. La modularità, l’eliminazione di quanti più vincoli possibile nella riconfigurazione degli ambienti di lavoro, saranno la chiave vincente, sia che ci si trovi nel building dell’azienda come in un coworking».

Le scelte progettuali
«Stiamo lavorando molto da remoto – sottolinea Francesco Scullica, professore ordinario del Politecnico di Milano e direttore scientifico del master di interior design –, una formula lavorativa che si estenderà, ma non si può fare tutto da remoto, è necessario un momento di confronto e i servizi che un ufficio attrezzato può dare come connessioni veloci o mega schermi restano importanti». Nel prossimo futuro, secondo Scullica, gli uffici saranno sempre più condivisi dalle persone, ma lo faremo «con comportamenti virtuosi e con scelte progettuali in grado di permettere la coabitazione senza il sovraffollamento».
Come? «Nasceranno nuove tipologie di spazi – avverte Scullica – e il coworking sarà dotato di zone che possano delimitarsi, con la possibilità di effettuare una pulizia profonda ad ogni cambio di persone». Il modello di open space indiscriminato verrà messo un po’ in crisi, sia in ufficio che a casa. «Non si dovrà tornare ad una logica di loculi e spazi separati – rassicura il professore – ma dovremo garantire flessibilità. Anche la climatizzazione cambierà sistema, privilegiando un bilanciamento tra impianto di aerazione e aria esterna. Andremo verso un atteggiamento più simbiotico con la natura e con l'ambiente in cui ci troviamo». «I bagni – aggiunge – diventeranno luoghi importanti di igienizzazione, oggetto di grande attenzione. Le maniglie sono poi un forte veicolo di contagio e quindi si sta studiando – sia a livello di pulizia che di materiale usato – il sistema per superare i punti critici, anche con sensori per aprire e chiudere le porte». I sensori saranno un focus anche per l’illuminazione, in modo da evitare il più possibile il contatto con le cose.

L’impatto dell’home working
La società di consulenza Colliers ha lanciato un sondaggio sul tema del lavoro da casa durante il Covid-19 e i risultati, che si basano su oltre tremila risposte da 25 paesi, mostrano che l’82% vorrebbe lavorare da casa un giorno a settimana o più quando la crisi sarà superata. Il 71% di coloro che non avevano mai lavorato da casa prima della pandemia vorrebbe lavorare da remoto almeno un giorno a settimana in futuro. Il 76% di chi ha risposto si sente ancora connesso al proprio team mentre lavora da remoto, tuttavia, il 58% crede di poter collaborare meglio dall'ufficio rispetto che da casa. Simone Roberti, head of research Italy di Colliers, assicura che «il coworking continuerà ad essere utilizzato, anche se ognuno si muove cercando di immaginare cosa servirà. Oltre ad un discorso di igiene che andrà implementata, bisognerà pensare a dei percorsi protetti e si tratterà di capire come rimodulare gli spazi». Roberti spiega che attualmente il coworking ha un rapporto di una persona ogni 7 mq. «Gli spazi sono razionalizzati e vengono sfruttati al massimo per ammortizzare i costi dei canoni alti di affitto dei centri cittadini», asserisce e prevede un cambiamento nella domanda: «L’ufficio dovrà evolversi. Le persone, sempre più tecnologiche, inizieranno a lavorare un paio di giorni da casa e tre in ufficio, concentrando in quelle giornate riunioni e incontri. La scrivania avrà probabilmente una dimensione più ridotta, mentre saranno ampliate le sale riunioni, posizionate vicino all’area break».
Cosa cambierà per le società che gestiscono spazi in coworking? «Si occuperanno forse meno uffici – replica Roberti – ma ci vorranno più spazi. I progetti di sviluppo non si bloccheranno».

La domanda di spazio
Un’analisi di Cbre conferma questa posizione: «La domanda di spazio non diminuirà, ma si assisterà ad un mutamento del suo uso. Il fenomeno home working ha fatto capire alle aziende che le persone sono produttive anche lavorando da casa e questo comporterà una riduzione più sostenuta del mobility ratio (rapporto postazioni/addetti), oggi compreso fra 0,75 e 0,9 per le aziende che hanno adottato strategie di New Way of Working, che sul panorama nazionale non superano il 20%, mentre è uguale a 1 per le aziende che lavorano con posti assegnati a ciascun dipendente. Da un punto di vista teorico la riduzione del mobility ratio impatta direttamente sulla domanda di spazio, tuttavia da un punto di vista pratico questo non avviene, in quanto la riduzione dello spazio dedicato a postazioni di lavoro (uffici e open space) viene compensato dall’incremento di spazi collaborativi e di socializzazione». Cbre prevede anche un’accelerazione della diffusione di sistemi di realtà virtuale per rendere più realistica la presenza di persone in collegamento remoto, oltre che la creazione di spazi volti al benessere delle persone.

Per Andrea Faini, ceo di World Capital, «la domanda si rivolgerà maggiormente verso uffici efficienti energeticamente, altamente tecnologici e di elevata qualità in zone centrali di grandi città o in zone comunque ben servite da mezzi pubblici con spazi flessibili per essere personalizzati dalle singole aziende e in grado di mantenere un adeguato distanziamento sociale». Per quanto riguarda gli spazi di coworking, Faina rileva che «stanno adattando i loro modelli di business alle nuove esigenze post-Covid19 con termini di cancellazioni più flessibili, tariffe e sconti più vantaggiosi per gli associati, agevolazioni per gli studenti che seguono lezioni online, possibilità di estendere l’iscrizione per il periodo inutilizzato, affitti individuali di sale riunioni per virtual meeting, seminari online e collaborazioni con società di videoconferenza, servizi di food delivery alle aziende, implementazione di azioni commerciali rivolte a uffici privati».

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