Cassazione a Sezioni unite

Il crocifisso può stare in classe anche accanto a simboli di altre fedi

Il professore non può toglierlo ma la scuola deve dialogare con i dissenzienti

di Patrizia Maciocchi

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2' di lettura

Il crocifisso può stare in classe se la comunità scolastica decide in autonomia di esporlo, nel rispetto delle convinzioni di tutti. Il simbolo della cristianità può essere affiancato, su richiesta, con quelli di altre fedi, nella ricerca di un ragionevole accomodamento che consenta di favorire la convivenza delle pluralità. Le Sezioni unite della Cassazione (sentenza 24414) dicono no al crocefisso di Stato ma affermano la libertà di esposizione quando è il risultato della testimonianza religiosa di una comunità di vita e di formazione come è la classe di una scuola.

La vicenda all’origine della pronuncia

La vicenda, analizzata dal Supremo consesso, è stata innescata dalla richiesta di un gruppo di studenti di avere nell’aula il crocifisso. Iniziativa sgradita ad un professore che considerava l’esposizione una limitazione alla sua libertà di insegnamento all’insegna della laicità e del pluralismo. Per questo il docente toglieva la croce all’inizio della lezione per rimetterla terminata l’ora.

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L’iniziativa, unita ad alcune offese all’indirizzo del dirigente scolastico, gli era costata un provvedimento disciplinare. Le Sezioni unite, chiamate a interrogarsi sulla possibilità di far prevalere l’una o l’altra libertà, adottano una soluzione “mite”.

Crocifisso tra gli arredi scolastici

Il Supremo consesso chiarisce che l’esposizione del crocifisso non è stabilita per legge, ma poggia su un quadro normativo pre-costituzionale e fragile come il Regio decreto 965/1924 (articolo 118) che comprende il simbolo religioso tra gli arredi scolastici. La norma va letta in armonia con la Costituzione e con il principio di laicità dello Stato. Una laicità costituzionale, che non è neutralizzante ma inclusiva e aperta agli impulsi religiosi presenti nelle comunità: «Il principio di laicità non nega - si legge nella sentenza - né misconosce il contributo che i valori religiosi possono apportare alla crescita della società». Va dunque superata l’interpretazione della disposizione come un obbligo di esposizione in favore, appunto, di una soluzione “mite”. La parete dell’aula nasce bianca e tale può restare ma può anche accogliere il crocifisso per soddisfare un bisogno degli studenti.

Nessuna invasività dall’esposizione

La conclusione raggiunta dal Supremo consesso è in linea con la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, secondo la quale l’esposizione di un simbolo delle radici culturali italiane non è una forma di proselitismo e di indottrinamento. Il crocifisso non è invasivo dal punto di vista psicologico e non condiziona gli allievi, come può fare un discorso didattico o la partecipazione ad attività religiose. E tantomeno può condizionare un docente. In quanto simbolo neutro parla solo a chi ha fede.

È quindi escluso il risarcimento danni chiesto dal professore ma è anche bollata come illegittima, anche se non discriminatoria, la circolare del dirigente scolastico che richiamava i docenti al rispetto della volontà degli studenti senza cercare un accomodamento con il professore dissenziente. Soddisfatto il segretario generale della Cei monsignor Stefano Russo, per il verdetto del Supremo consesso «È innegabile - afferma Russo- che quell’uomo sofferente sulla croce non possa che essere simbolo di dialogo».

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