IN GALLERIA E ALL'ASTA

Il cross-collecting è la nuova tendenza nel collezionismo che abbatte le classificazioni rigide

Antico e contemporaneo, Occidente e Oriente convivono fianco a fianco. Se gli investimenti puntano sulla differenziazione, l'offerta è trasversale alle epoche.

di Silvia Anna Barrilà e Marilena Pirrelli

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A destra, “Autoritratto, con gorgiera e cappello nero” (1632), Rembrandt Van Rijn (venduto all'asta da Sotheby's il 28 luglio 2020, a 14.549.400 £. Courtesy Sotheby's). A sinistra, “Spatial Concept, Waiting” (1967), pittura a base d'acqua su tela di Lucio Fontana, Robilant + Voena. (Courtesy Robilant + Voena).

I punti chiave

  • Gli albori della Wunderkammer
  • Il superamento dell'ordine cronologico
  • Fiere e aste
  • Il collezionismo in Italia

5' di lettura

Il 2020 è stato l'anno del cross-collecting, un modo di collezionare eclettico, che incrocia le epoche storiche e le categorie artistiche, ignorando le classificazioni a favore dell'accostamento inedito e del dialogo tra opere e oggetti. Le case d'aste internazionali hanno fatto di questa tendenza del collezionismo - non certo nuova - il loro cavallo di battaglia, in un anno in cui i calendari dell'arte sono stati stravolti. Di fronte all'impossibilità di rispettare i consueti programmi di vendita di ciascun dipartimento, gli operatori hanno organizzato aste collettive. Come quella del 28 luglio da Sotheby's a Londra, che narrava 500 anni di storia dell'arte, partendo da uno degli ultimi tre autoritratti di Rembrandt ancora in mano privata (venduto a quasi 15 milioni di sterline) fino ad arrivare a un dipinto della serie delle Nuvole dell'artista contemporaneo tedesco Gerhard Richter (10,5 milioni), un'opera in quattro parti che ricorda una pala d'altare, ma anche una veduta dalle finestre di un grattacielo. Un'asta senza confini per creare nuovi collegamenti tra i grandi innovatori dell'arte e per rivolgersi a una generazione di collezionisti di fascia elevata, che cercano il meglio del meglio in ogni segmento. Un approccio che, in realtà, non è affatto una novità.

Busto di uomo in bronzo (1900 circa), di Herbert Ward, Robilant + Voena. (Courtesy Robilant + Voena).

Gli albori delle Wunderkammer

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Già i romani accostavano le statue greche di varie epoche e provenienze alle loro creazioni contemporanee ad esse ispirate. Alcuni lo definiscono collezionismo di stampo mediceo in riferimento alla grande famiglia fiorentina che, nel Quattro-Cinquecento, raccolse una vasta e raffinata collezione privata con reperti di tutte le culture, dalle statue antiche alle opere dei contemporanei come Donatello e Botticelli, dagli strumenti scientifici alle monete, dai libri ai primi reperti provenienti dalle grandi esplorazioni. Nel Settecento questo modo di collezionare aumentò ulteriormente all'interno delle Wunderkammer principesche, che custodivano oggetti meravigliosi di natura disparata. È passato di moda intorno al XIX secolo, quando gli studi scientifici e la nascita dei musei hanno portato a una sempre crescente categorizzazione e specializzazione. La suddivisione in generi e periodi ha avuto la meglio fino a tutto il XX secolo, favorendo una narrazione di tipo cronologico nei musei e una concentrazione sul singolo settore nel collezionismo privato.

Il superamento dell'ordine cronologico

Il nuovo millennio ha segnato una cesura. Nel 2000 l'apertura della Tate Modern ha suscitato reazioni controverse a causa della scelta dei curatori di non esporre le opere in ordine cronologico, bensì di raggrupparle in aree tematiche. Un criterio poi adottato anche da altri musei, dando impulso alla tendenza che stiamo vivendo. Nel 2008, per esempio, il British Museum ha allestito la mostra Statuephilia, in cui le opere degli artisti inglesi contemporanei sono state esposte accanto a quelle antiche. Una Kate Moss in oro massiccio di Marc Quinn dialogava con le Nereidi greche del tempio di Xanthos, facendo riflettere sull'idealizzazione della bellezza nel corso dei secoli, mentre due sculture fatte di topi e rane morti di Tim Noble e Sue Webster si inserivano perfettamente tra gli animali mummificati delle sale dedicate all'antico Egitto.

Fra mercato dell'arte e finanza

Il successo del cross-collecting oggi riflette anche i punti di contatto tra il mondo della finanza e il mercato dell'arte. D'altronde, molti dei grandi collezionisti oggi sono i magnati della finanza, che applicano le loro strategie anche nelle raccolte d'arte e tendono a diversificare i loro investimenti. Il mercato dell'arte ha risposto prontamente a questo tipo di richiesta. Uno dei pionieri in questo senso è stato il gallerista belga Axel Vervoordt, che è diventato un punto di riferimento per la sua capacità di viaggiare nei secoli mischiando porcellane ming e dipinti minimalisti, statue africane e design, fossili e opere d'arte contemporanea, arredi medioevali e arte coreana.

“Piccolo Cavallo” (1950), in bronzo, di Marino Marini, Robilant + Voena, a Masterpiece London 2019. (Courtesy Robilant + Voena).

Fiere e aste

Anche le fiere rispecchiano questa tendenza, perché offrono ai galleristi l'occasione per collaborare, come è successo più volte in occasione di Frieze Masters tra Hauser & Wirth e Moretti Fine Art, il primo con opere d'arte moderna e contemporanea blue-chip, il secondo con dipinti di maestri antichi. Alcune fiere sono specializzate in questo tipo di offerta, come Tefaf a Maastricht e Masterpiece a Londra. «Il cross-collecting è la chiave per aprire nuovi orizzonti», ha affermato Philip Hewat-Jaboor, presidente di Masterpiece. «Incoraggia i collezionisti ad ampliare i loro gusti, presentando loro opere e periodi dell'arte che altrimenti non avrebbero occasione di ammirare, e ai galleristi offre l'opportunità di incontrare nuovi collezionisti di altri settori». Per esempio, nell'edizione 2019 la galleria di Londra Afridi ha mostrato tappeti ottomani, indiani, turchi e ucraini del XVII-XX secolo insieme a tessuti scandinavi, ceramiche del IX secolo e oggetti in metallo dell'Impero Ottomano.

All'asta, oltre alle vendite citate, c'erano stati precedenti eclatanti, tra cui il famoso Salvator Mundi venduto per 450 milioni di dollari alla Evening Sale di arte moderna e contemporanea di Christie's, nel novembre 2017. Una strategia replicata l'anno scorso con l'inclusione del T-Rex Stan, battuto per 32 milioni di dollari nell'asta dedicata all'arte del XX secolo. Anche Phillips, con l'asta online Intersect dello scorso settembre, si è rivolta al pubblico cinese offrendo un'intersezione di opere d'arte contemporanea di artisti come Yayoi Kusama, Banksy e Kaws, accanto a diamanti Graff e orologi Vacheron Constantin: una proposta che risponde a un preciso lifestyle, più che a un semplice hobby del collezionismo.

“Gentiluomo con lettera” (1640-1645), di Carlo Dolci, Collezione Erminia Di Biase. (Courtesy Collezione Erminia Di Biase).

Il collezionismo in Italia

Anche in Italia ci sono diversi collezionisti che seguono questo approccio. Il più famoso tra tutti è stato il patron dell'Esselunga Bernardo Caprotti, che ha collezionato dall'arte del Cinquecento a Manet e de Chirico. Spesso l'incontro tra le epoche avviene in famiglia: il professor Luigi Rovati, fondatore della Rottapharm, collezionava arte classica, longobarda e bizantina, mentre il figlio Lucio Rovati reperti etruschi, che andranno a costituire il nucleo del futuro Museo Etrusco di Milano; la moglie di Lucio, Giovanna Forlanelli Rovati, inoltre, fondatrice della casa editrice Johan & Levi, è collezionista d'arte contemporanea. Laura Borghi, fondatrice della galleria milanese di ceramica Officine Saffi, colleziona tutte le epoche senza distinzioni: dai reperti archeologici agli affreschi rinascimentali fino a Kiki Smith. La sua raccolta di ceramiche racconta la storia di questa tecnica artistica dai precolombiani fino a Picasso.

La giovane Chiara Zanga, che vive tra Bergamo e Milano, colleziona da una decina d'anni arte moderna e design: per esempio, in casa ha un lampadario anni Sessanta di Venini accanto a un dipinto di Gianni Dova. «Il driver per l'acquisto è la qualità e la storia dell'oggetto, a prescindere dal periodo, dalla tipologia e dall'epoca dell'opera», afferma Zanga. «La mia collezione rispecchia i miei interessi, che sono vari». La trasversalità riguarda, talvolta, gli oggetti stessi: per esempio, in collezione ha un letto di Osvaldo Borsani con bassorilievi di Arnaldo Pomodoro, frutto di una collaborazione dei due negli anni Sessanta. Giulia Colussi, designer di gioielli, ha iniziato col Seicento napoletano per poi arrivare a contemporanei come David Reimondo e Andrea Francolino, passando per i maestri italiani degli anni Sessanta e gli artisti asiatici, da cui trae ispirazione per le sue creazioni.

“The genuine reduction” (2015), di Benedikt Hipp, Collezione Erminia Di Biase. (Courtesy Monitor Roma, Pereto, Lisbona).

Tanti esempi anche a Roma, dove è forte il collegamento con l'antico, ma anche la stratificazione e l'accumulazione di patrimoni familiari. Un esempio nella capitale è Erminia Di Biase, già conservatrice del patrimonio artistico di un organo costituzionale: ha iniziato molto giovane comprando htdi Antiveduto Grammatica, ha continuato a interessarsi del Seicento romano e napoletano per 15 anni, fino a quando ha rotto tutti gli schemi acquistando un video di Rä di Martino. Poi si è innamorata della fotografia, da Capa a Giacomelli e da più di 30 anni acquista design, da Meret Oppenheim a Ettore Sottsass. «Chi entra qui dentro mi dice che regna comunque una grande armonia», racconta Di Biase. «Non so neanche io come ho fatto, ma è stato molto naturale, perché al centro c'è la mia sensibilità». E perché l'arte di tutti i tempi è sempre contemporanea.

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