«acqua viva» di lispector

Il cuore selvaggio di Clarice

di Elisabetta Rasy

Dall’Ucraina al Brasile, Clarice Lispector (1920 - 1977)

4' di lettura

Clarice Lispector è uno di quegli autori che finiscono nascosti dietro la furia interpretativa dei suoi esegeti, così dal 1944, fin da quando cioè questa ucraina naturalizzata brasiliana, bella come le attrici del cinema in bianco e nero, metà viso solare metà ombroso, pubblicò il suo primo libro, Vicino al cuore selvaggio. I suoi connazionali lo definirono «il nostro primo romanzo nello spirito di Joyce e Virginia Woolf». Effettivamente il titolo era tratto, come un solitario gioiello rubato da una cassaforte, da una frase dell’autore dublinese, ma il modernismo di Lispector era di un tipo particolare, come si chiarì vent’anni dopo quando uscì La passione secondo G.H.

Fu necessaria allora una correzione di tiro: è vero, la scrittura rapsodica e sussultante di questa autrice si muoveva nel solco della tradizione modernista, ma ciò che davvero la caratterizzava era sempre il cuore selvaggio del suo primo titolo, quel battito che come una martellante musica di fondo portava la tessitura delle sue parole più vicina alla scrittura delle grandi mistiche del passato che agli acculturati autori della prima metà del secolo. Scrittura mistica: dunque una scrittura il cui oggetto è uno sconvolto paesaggio interiore, col suo irruento divenire, senza l’obbligo di riconoscersi in una trama o di trasportare le parole dentro intrecci o riconoscibili riferimenti alla realtà con il suo gioco dei ruoli e le sue maschere. Di qualsiasi cosa parli – per esempio nel Cuore selvaggio della storia di una donna dall’infanzia alla vita adulta, con l’amore, il matrimonio, il tradimento – Lispector non si accosta mai alle regole della commedia umana. Tutto per lei è dramma sacro e sacra rappresentazione, la messa in scena dei travestimenti della scrittura romanzesca non la interessa.

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Nata nel 1920, Clarice era arrivata nei primi anni di vita in Brasile con le sorelle e i genitori, in fuga dall’Ucraina devastata dai pogrom contro gli ebrei, la cui terribile efferatezza verrà poi, nel corso della storia, dimenticata o comunque oscurata dal male assoluto dell’Olocausto . Nella sua opera non ci sono espliciti riferimenti al mondo di ieri e alla comunità da cui proviene, ma il senso che ognuno è strappato a se stesso, il senso di un esilio assoluto, di una lacerazione irrimediabile, di uno spaesamento inguaribile organizzano la sua sintassi narrativa allontanandola , come lei dice, «da quella zona dove le cose hanno una forma fissa e spigoli, dove tutto ha un nome solido e immutabile». In ciò che lei scrive c’è «soprattutto quel che non si può dire» e di aggettivi della privazione è puntellata la sua prosa : irrimediabile, inconcluso, implacabile, immobile, incurante… Lei lavora nei territori di ciò che è «insormontabile e segreto», anzi, come nel racconto della Passione secondo G.H., nei territori dell’«immondo»: una signora borghese va a fare ordine nella stanza di una cameriera licenziata e si trova a tu per tu con una blatta. Ma, appunto, non siamo in una commedia, e neanche veramente in zone kafkiane: la blatta è un’occasione, l’occasione di compiere «l’atto proibito di toccare ciò che è immondo». L’immondo è un termine che nelle prescrizioni religiose dei suoi padri - nelle scritture sacre ebraiche – si riferisce a «tutto ciò che striscia e possiede ali»; ma poiché siamo stati già avvertiti che per questa mistica modernista «la visione consisteva nel cogliere il simbolo delle cose nelle cose stesse», ecco che l’immondo, ciò che non si può accostare, altro non è che l’origine, forse quel luogo irraggiungibile che è il cuore segreto della vita, cui tutta l’opera di Clarice Lispector ostinatamente mira: la blatta cosa e simbolo insieme, poiché per la scrittrice «il divino è il reale», come un’ostia consacrata splendente nel suo orrore offre alla donna la possibilità di una inusitata, estatica comunione.

Insomma, per leggere bene Lispector bisogna rinunciare almeno parzialmente al bagaglio delle regole interpretative e affidarsi all’ascolto. Anzi, non perdere una battuta di quel che dice con la sua arcaica e penetrante voce femminile, un femminile assoluto e profondo, che non sa che farsene del maquillage della femminilità. Come una sorta di canto, ma lei dice piuttosto una improvvisazione come quelle del jazz, un assolo trombettistico dalle continue variazioni, è Acqua viva, il libro della maturità, (scritto nel 1973, quattro anni prima della morte) forse quello che la consacra tra i classici imperdibili del Novecento, che ora Adelphi ripubblica nella impeccabile traduzione di Roberto Francavilla. Il libro è una singolare lettera d’amore – a un amante un po’ sordo? al lettore lontano? – ma anche una romanza il cui tema fondamentale è intonato fin dall’inizio: «Voglio catturare il presente che per la sua stessa natura mi è interdetto: il presente mi sfugge, l’attimo svanisce, l’attimo sono io sempre nell’adesso». Inevitabile parlare della vita quando si scrive, ma la vita non è il succedersi dei fatti, è l’istante che si coglie nell’atto d’amore: «la vita è questo istante irraccontabile» oppure «uno stato di contatto con l’energia circostante», vissuto da «una persona primitiva che si abbandona completamente al mondo».

Il tronco e le radici, l’ostrica e la placenta, il sogno e lo specchio sono gli strumenti che le servono in Acqua viva per raggiungere il cuore selvaggio o per ritornare, scrive, «all’ignoto di me stessa». Con le sue brevi frasi martellanti, isolate come piccole concrezioni solide nella fluidità della lingua o come confessioni strappate durante un interrogatorio sfibrante, Lispector propone uno strano incontro al lettore: «Tu che mi leggi, aiutami a nascere». È l’invocazione che sottende ogni scrittura in cerca di parole vere, sostenuta da una precisa indicazione: «Sono dietro a ciò che sta dietro al pensiero. Inutile volermi classificare: semplicemente sfuggo via senza permetterlo, il genere non mi imprigiona più». In tempi come i nostri, in cui trionfa ogni tipo di letteratura di genere, di narrativa ingegneristica, di trame inutilmente aggrovigliate, di confessioni molto letterali e poco estatiche, il canto libero di Clarice è un viaggio ristoratore nelle «novità del sogno» e nel cuore selvaggio che ognuno occulta dentro di sé.

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