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Il curioso caso dello pseudo-oligarca Blavatnik: no sanzioni al baronetto di DAZN

Il miliardario russo, ma con passaporto anglo-britannico, è l’uomo più ricco d’Inghilterra. Ha costruito la sua fortuna con gli oligarchi. La piattaforma di streaming del calcio è un buco nero da 4 miliardi di dollari di perdite.

di Simone Filippetti

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5' di lettura

Dalla piccola via di Seymour Street, a Londra, si intravede Marble March, l'arco di trionfo costruito all'ingresso di Hyde Park. La via però non ha nulla dell'Inghilterra Imperiale. Tutta la zona è una sorta di Little Arabia della capitale: la grande arteria Edgware Road è una sequela infinita di insegne tutte in arabo, incomprensibili ai più: sembra di essere stati improvvisamente catapultati a Islamabad.

Nella via spicca un edificio moderno di cristallo: trasmette la sensazione della grande corporation americana. E infatti è la sede di Access Industries, il cuore europeo dell'impero di Len Blavatnik. Len sta per Leonid: nome e cognome che più russo non si può. Oggi è l'uomo più ricco d'Inghilterra con poco meno di 40 miliardi di dollari di patrimonio: il suo impero spazia dalla famosa casa discografica Warner Music, che ha superstar mondiali come Madonna, Ed Sheeran e Liam Gallagher; e il marchio britannico del lusso Tory Burch. Ma è molto più famoso per essere il padrone di DAZN, la piattaforma via internet che trasmette il calcio in Europa; e in italia ha fatto un accordo con Tim per la Serie A.

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Passaporto americano, origini russe

L'anagrafe registra Blavatnik come un cittadino dal doppio passaporto americano e inglese: non è finito nella Lista Nera stilata dal governo inglese contro gli oligarchi russi, né ha subìto mezza sanzione dall'Europa. Eppure il suo è un curioso caso di pseudo-oligarca, mentre infuria la guerra tra Russia e Ucraina: è nato nel 1958 a Odessa, oggi porto ucraino sul Mar Nero, la città più strategica di tutto il conflitto. All'epoca, dieci anni dopo la Conferenza di Yalta, era semplicemente tutto Unione Sovietica.

Nato russo, oggi sarebbe cittadino ucraino, ma in realtà non è nessuno dei due: è emigrato con la famiglia negli Stati Uniti nel 1978, ma non era un bambino perché aveva già 20 anni e dunque era già un cittadino russo fatto e finito. Mentre Roman Abramovich è un reietto a Londra, i suoi beni congelati e obbligati a essere venduti, e sta spostando i suoi mega yacht miliardari in giro per il mondo sperando di aggirare le sanzioni; Blavatnik invece continua la sua vita da mega-paperone godendosi una ricchezza tale da avergli fatto pure guadagnare il titolo di baronetto, da parte della Regina Elisabetta II. Eppure, la sua storia professionale lo catalogherebbe a pieno titolo tra gli oligarchi.

Uno pseudo-oligarca

in teoria è un emigrato della Guerra Fredda, ma il suo immenso patrimonio è stato costruito proprio sotto la Russia post-comunista di Boris Yeltsin e, soprattutto, di Vladimir Putin. Ha approfittato delle privatizzazioni dei colossi industriali sovietici, come tanti altri parvenu, per diventare, nel 1996, socio di minoranza del gruppo siderurgico Sual: il socio di maggioranza era Viktor Vekselberg che poi vendette tutto alla Rusal, il maggiore produttore mondiale di alluminio.

Il proprietario è Oleg Deripaska, vicino a Putin: l'oligarca voleva quotare la Rusal a Londra per 30 miliardi, ma l’operazione fallì. Dopo la fortunata avventura nell'alluminio, Blavatnik compra il 40% della compagnia petrolifera russa TNK e poi la dà in sposa alla compagnia inglese BP: per anni è stata la più grossa transazione finanziaria di un gruppo russo con un gruppo britannico. A sua volta la BP-TNK viene venduta, nel 2013, in pieno regime di Putin, al colosso pubblico petrolifero Rosneft, il medesimo che ha reso un plutocrate pure Abramovich. Grazie alla Rosneft, manovrata da Putin, l'imprenditore anglo-americano incassa 7 miliardi di dollari.

L’amore per Londra

Come tutti i magnati russi emersi dopo il crollo dell'Urss, anche Blavatnik fa rotta su Londra, o meglio Londongrad: nel 2004 soffia a Boris Berezovsky, il padre di tutti gli oligarchi, una villa a Kensington Palace Gardens, accanto alla futura dimora del Principe William. Per il lussuoso immobile sborsa l'astronomica cifra di 42 milioni, 5 milioni in più di Berezovsky che ne aveva offerti “appena” 37. Anche Abramovich voleva quella villa: poi ne comprerà una accanto, nel medesmo viale che ospita poco più avanti anche l‘Ambasciata russa.

Da pseudo-oligarca, Blavatnik ha uno spiccato amore per l'arte e finanzia le principali istituzioni di Londra: la sua fondazione fa parte del consiglio della Serpentine Gallery, prestigiosa esposizione nel cuore di Hyde Park, dove l'offerta minima è di 30mila sterline all'anno. In passato ha anche sponsorizzato le Hermitage Rooms, le stanze con opere del museo Ermitage di San Pietroburgo, la città natale di Putin, che erano ospitate dentro la Somerset House, il più grande complesso espositivo di Londra. Gli esperti di oligarchi sostengono che la filantropia è una “polizza d'assicurazione” per i miliardari russi: serve per avere una buona reputazione.

La “bombastica” Leotta

C'è una foto che da tempo circola sui social e ha fatto ridere tutta Italia. E' la fine di febbraio del 2021: allo stadio Bentegodi si gioca la partita Verona – Juventus. Il calciatore Weston McKennie, giovane americano del Texas, cresciuto in Germania e stella emergente del club bianconero, è in panchina.

Segue il match che si chiuderà con un pareggio 1-1 vanificando l'ennesimo gol di Cristiano Ronaldo per la Vecchia Signora: a bordo campo passa Diletta Leotta, la telecronista di DAZN. Il calciatore si lascia distrarre e ammira con sguardo incantato le sensuali forme della appariscente Diletta. La conduttrice italiana, che conta 7 milioni di seguaci sui social media, rischia di essere uno dei pochi successi di DAZN. Sir Blavatnik, grazie anche al suo passaporto statunitense, è finora scampato alla Lista dei cattivi, ma qualche sanzione gli farebbe paradossalmente pure comodo. Soprattutto nel calcio. Perché la sua DAZN è un buco nero: ha accumulato quasi 4 miliardi di perdite.

L'Unicorno è un ronzino?

Salutata come il solo «unicorno» nato in Gran Bretagna, DAZN era stata valutata addirittura 3 miliardi. Nel fantasioso gergo della finanza, gli unicorni sono le start-up tecnologiche che valgono almeno 1 miliardo di dollari.

Correva l'anno 2016: DAZN era stata fondata un anno prima e le banche d’affari prefiguravano delle cifre stellari. Sei anni dopo, DAZN affoga nei debiti e nelle perdite, ben lontana da quelle stratosferiche valutazioni. Nel bilancio del 2020 (l’ultimo disponibile, depositato con un anno di ritardo lo scorso febbraio) figurano 1,3 miliardi di rosso a cui si aggiungono 2,4 di passivo cumulato nel 2019.

Sempre più clienti si abbonano a DAZN, ma i numeri non stanno in piedi: su 870 milioni di ricavi nel 2020 (in crescita), i costi operativi sono più del doppio: 2 miliardi, di cui 1,2 miliardi per pagare i diritti tv delle squadre di calcio. Finora la «Netflix dello sport» ha goduto del sostegno di Sir Blavatnik che copre il buco: nel 2020 ha versato 1,1 miliardi nelle casse di DAZN.

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