gli effetti del coronavirus

Il danno al made in Italy travolge anche la Calabria senza virus

Non soffrono solo Lombardia o Veneto è tutta l’Italia produttiva in ginocchio come denuncia Luigi Nola, amministratore di un’azienda familiare calabrese alla terza generazione

di Rosalba Reggio

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(AFP)

Non soffrono solo Lombardia o Veneto è tutta l’Italia produttiva in ginocchio come denuncia Luigi Nola, amministratore di un’azienda familiare calabrese alla terza generazione


2' di lettura


“È il made in Italy che soffre, non il made in Lombardia o Veneto”. Luigi Nola, amministratore di Agricola f.lli Nola, azienda familiare calabrese, oggi alla terza generazione, che produce settantamila quintali di frutta all'anno, di cui il 70% destinato al mercato estero, non accetta di appartenere alle regioni graziate dal coronavirus.

“I provvedimenti di sostegno del governo – spiega Nola -, non possono riguardare solo le aree rosse del contagio, perché in Calabria, nonostante la malattia non sia quasi arrivata, i danni sono già evidenti”. E non riguardano i lavoratori stagionali, come succede invece in Emilia Romagna.

Nella regione, infatti, come spiega Antonio Saccomanno, dirigente dell'ARSAC, Azienda regionale per lo Sviluppo dell'Agricoltura calabrese, la manodopera è soprattutto locale. Nell'azienda Nola, infatti i 450/500 stagionali sono tutti lavoratori della zona. A preoccupare gli agricoltori calabresi è il crollo del mercato estero, la flessione dei prezzi del fresco e i rincari dei trasporti alla luce delle crescenti difficoltà.

“Tutta la produzione del Sud Italia - racconta Nola - viene commercializzata al Nord attraverso piattaforme che vendono in Italia settentrionale e all'estero. Se queste rallentano o si fermano, tutto il mercato ne paga le conseguenze”.

Per efficientare i trasporti, infatti, i camion viaggiano carichi dal Sud al Nord e dal Nord al Sud. Se una di queste tratte si ferma, l'altra è a rischio. E diverse tratte sono già saltate per i timori di ricevere merce contagiata dal Nord, ma anche per la paura degli autostrasportatori di raggiungere le regioni settentrionali, più colpite dal virus. Se i costi di trasporto lievitano, i prezzi dei prodotti calano per diversi motivi.

“Chi vende il fresco - aggiunge Nola - non ha la possibilità di stoccare la merce e riversarla nel tempo su altri mercati. Se la frutta non va più all'estero, rimane sul mercato domestico e i prezzi calano. Lo si è visto anche con il latte. La nostra azienda produce 250 quintali di latte al giorno. Il rallentamento delle esportazioni di Parmigiano Reggiano ha inevitabilmente portato sul mercato del latte fresco anche quello prima era destinato alla produzione del formaggio, con conseguenze negative sui prezzi”.

A soffrire, però, non è solo il fresco, come spiega Pippo Callipo, presidente del Gruppo Callipo, azienda attiva nei settori alimentare, sport e turismo. “Se nell'agroalimentare a lunga conservazione è ancora presto per anticipare le possibili conseguenze di epidemia e psicosi, è il turismo, settore potenzialmente trainante in Calabria al pari dell'agricoltura, a registrare già un calo rovinoso delle prenotazioni. Sono quindi urgenti misure ad hoc da parte di Governo e Regione per tutelare i livelli occupazionali del settore”.

Insomma, se il coronavirus non ha attaccato il Paese con la stessa intensità, è la crisi legata all'epidemia che ha unito le regioni nello stesso destino: un danno made in Italy.

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