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Il declino del carbone in Europa affonda il bilancio di Glencore

Primo esercizio in rosso dal 2015 per il gigante svizzero delle materie prime. Tra le cause: la svalutazione delle miniere di carbone in Colombia, da cui l’Europa importa sempre meno

di Sissi Bellomo

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Primo esercizio in rosso dal 2015 per il gigante svizzero delle materie prime. Tra le cause: la svalutazione delle miniere di carbone in Colombia, da cui l’Europa importa sempre meno


3' di lettura

Il tramonto del carbone in Europa sta mettendo spalle al muro anche Glencore, il maggior produttore (e difensore) del combustibile nel mondo occidentale. Il colosso svizzero delle materie prime si è visto costretto a svalutare per circa un miliardo di dollari le miniere in Colombia, che riforniscono principalmente le centrali del Vecchio continente, riconoscendo che il declino dei consumi e la debolezza dei prezzi del carbone non sono un fenomeno passeggero.

Altri write-down hanno riguardato le attività petrolifere nel Chad, per il mancato rinnovo di licenze, e le operazioni nella Repubblica democratica del Congo, dove il crollo dei prezzi del cobalto ha indotto Glencore ha fermare la miniera Mutanda, che produce anche rame.

Le svalutazioni – che nel complesso ammontano a 2,8 miliardi di dollari – unite alla debolezza dei mercati delle materie prime e alle numerose inchieste per corruzione hanno spinto il bilancio annuale della società in rosso per la prima volta dal 2015: la perdita netta è stata di 404 milioni di dollari, contro un profitto di 3,41 miliardi nell’esercizio 2018. Il risultato operativo lordo (Ebitda adjusted) è invece calato del 26% a 11,6 miliardi, superando leggermente le attese degli analisti.

L’enorme offerta di Gnl, gli inverni sempre più miti e, più di recente, l’epidemia di coronavirus in Cina hanno affondato i prezzi del gas favorendo la sostituzione del carbone nella generazione elettrica: una tendenza che anticipa il phase-out promesso da molti governi e che è sempre più accentuata non solo in Europa – dove si stima che l’anno scorso l’elettricità da carbone sia diminuita di un quarto – ma anche negli Stati Uniti. Ad incentivare la transizione verso gas e rinnovabili nella Ue è intervenuto anche il rincaro dei diritti di emissione di CO2.

«Non prevedo una grande ripresa nel mercato transatlantico del carbone», ha dichiarato Ivan Glasenberg, ceo di Glencore. «È chiaro che i consumi stanno diminuendo e che continueranno a diminuire». Le tre miniere che la società possiede in Colombia (due attraverso Prodeco e una, Cerrejon, in joint venture con AngloAmerican) dovrebbero esaurirsi tra 15 anni. E non ci saranno investimenti per prolungarne la vita.

Glencore comunque, a differenza di altri big minerari, è ben lontana dal rinnegare il carbone: una commodity che , grazie alla qualità della produzione in Australia e alla forza della domanda asiatica, continua a regalarle grandi soddisfazioni economiche.

Nonostante le pressioni della comunità finanziaria, sempre più schierata nella lotta al climate change, la società non ha fatto ulteriori concessioni dopo l’impegno assunto un anno fa di contenere l’estrazione entro il limite (altissimo) di 150 milioni di tonnellate l’anno. «Il mondo ha ancora bisogno del carbone, resteremo nel business finché il mondo richiederà questa forma di energia a basso costo», ha ribadito Glasenberg.

Il manager, che ha cominciato la carriera proprio come trader di carbone, è tuttavia prossimo alla pensione. Glasenberg ha annunciato ulteriori sostituzioni nei ruoli chiave del gruppo, lasciando intendere che anche il suo ritiro – un passo che aveva detto di voler compiere entro il 2025 – è vicino: «Una volta che la nuova generazione sarà al suo posto e pronta ad andare avanti, allora anche per me sarà arrivato il momento di voltare pagina».

Per approfondire:
In Europa il gas scaccia il carbone dalle centrali elettriche
Carbone, Glencore ammette il rischio clima e ferma lo sviluppo di nuove miniere

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