Industria

Il declino dell’acciaio inglese fra i rottami del Lincolnshire

Per rilevare la storica fabbrica di British Steel c’è solo un’ipotesi turca

dal Lincolshire Simone Filippetti


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La fabbrica di British Steel

6' di lettura

A Scunthorpe, profonda provincia inglese del Lincolnshire, si arriva da Doncaster con il TransPennine Express, nome pomposo per una “littorina” a gasolio di sole due carrozze, vecchia e lenta. Dai finestrini sfila un paesaggio agro-industriale: la noiosa pianura delle Midlands, solo a tratti interrotta da lievi colline, alterna prati, pascoli e campi di grano a centinaia di pale eoliche, un porto fluviale con tanto di nave cargo in mezzo alla campagna, e grossi stabilimenti.
Benvenuti al Nord dell'Inghilterra, una zona storicamente povera e depressa. Fuori dalla stazioncina-cartolina, Scunthorpe si presenta con file di modeste villette a schiera che hanno conosciuto tempi migliori: una sensazione di povertà trasuda dalle facciate fatiscenti delle case e dalle tante vetrine vuote di negozi defunti. Le strade sono sporche, cartacce ovunque. Il meglio, Scunthorpe forse lo ha già vissuto. Per decenni è stata una città ricca e prospera e il motivo si staglia alto sopra lo sguardo: le ciminiere della British Steel, l'acciaieria più importante del paese. Un gigante arrugginito che si estende per 1.100 ettari, più grande del centro abitato.

Viaggio a Scunthorpe, la Taranto inglese

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Una città impoverita
Scunthorpe è la città-simbolo dell'industria pesante in Inghilterra: dal boom del Dopoguerra al lento ma inesorabile declino degli ultimi 20 anni. Scunthorpe e Taranto non potrebbero essere più diverse (grigia e deprimente la prima; baciata dalla natura e dalla storia l'antica Taras, unica colonia fondata da Sparta nel mediterraneo) e lontane (2500 chilometri). Ma sono due città gemelle: entrambe emblema della de-industrializzazione dell'Europa e del terremoto globalizzazione che ha messo fuori gioco l'acciaio europeo. In primavera la British Steel è fallita: nel 2016 al capezzale dell’industria era arrivato il fondo di private equity Greybull Capital che raccoglieva i cocci della precedente proprietà, gli indiani di Tata Steel. Dopo aver pagato il prezzo simbolico di 1 Sterlina, i signori di Greybull, controllata da una holding nel paradiso fiscale di Jersey, avevano promesso 400 milioni di investimenti e di riportare in utile l'azienda: hanno alzato bandiera bianca dopo nemmeno tre anni e dopo aver prestato alla stessa British Steel 150 milioni di sterline con interessi da rapina del 9% (mentre i tassi ufficiali sono sotto zero). Ora l'ultima speranza arriva dalla terribile Turchia.
Il degrado che si vede in giro a Scunthorpe è la conseguenza della lunga crisi del maggior datore di lavoro locale. La High Street, che nelle città del Regno Unito è la via esclusiva dei negozi di lusso, è solo una sequela di fast food, vetrine chiuse e negozi “Tutto a 1 sterlina”, cianfrusaglie fatte in Cina. Uno storico edificio in stile Tudor un tempo ospitava il pub The Crosby: ha porte e finestre sprangate. Ce ne sono a decine di edifici e case abbandonate. Scunthorpe è nata, vissuta e arricchita con la British Steel: la fabbrica fu costruita qui perché c'era abbondanza di carbone (che ancora oggi alimenta gli altiforni) e perché avrebbe dato lavoro in una zona derelitta. “Il carbone inquina ed è sporco, ma ci dà lavoro” ammette Michelle Catalano, signora inglese che ha sposato l'italianissimo proprietario del boutique hotel San Pietro. Sa tutto dell'azienda: stampa dal pc dove di solito prepara i conti dei clienti un “lancio” dell'agenzia Reuters: lo Stato ha prestato 120 milioni a BS per pagare una multa dell'Unione Europea. «Per sopravvivere dobbiamo continuare a produrre acciaio, e dunque inquinare. Ma se inquiniamo la Ue ci multa. E i pochi soldi che lo Stato ci può dare, sempre per le regole europee, finiscono a Bruxelles mica a salvare posti di lavoro qui». Inutile chiedere cosa abbiano votato al Referendum del 2016: la parola Brexit a Scunthorpe non è una parolaccia.

I binari della Tav
All’ingresso dell’immenso sito dell’acciaieria, da dove ogni anno escono ancora 2.800 tonnellate di acciaio, c’e un cartello multi lingue: un avviso è anche in italiano. British Steel è specializzata nelle travi a doppia T usati nelle ferrovie. Da qui escono i binari per le strade ferrate di mezza Europa. Anche per l'Italia: l'anno scorso British Steel ha inaugurato un deposito a Lecco. I treni supersonici dell'Alta Velocità tra Torino e Lione, o tra Milano e Venezia correranno a 300 km all'ora su binari prodotti in questo stabilimento. Ai tempi d'oro, ricorda ancora un cartello rovinato era possibile pure fare un giro turistico con un trenino che circolava lungo il vasto scalo ferroviario interno. Oggi l’area, vista da fuori, è in gran parte derelitta: edifici vuoti, interi capannoni fatiscenti, muretti che cadono a pezzi. Su una grossa parete hanno dipinto un murales Save our Steel (salviamo, o salvate, il nostro acciaio). Peccato che l'unico che possa salvare l'acciaio inglese sia Recep Erdogan. Il solo acquirente interessato a BS è Ataer, il braccio finanziario del fondo pensione dei militari turchi, diretta emanazione del “Sultano”.

Gli anni degli emigrati italiani
In giro per la città l’atmosfera è pesante e non per i fumi che escono dalle (poche) ciminiere ancora attive. Nessuno parla, nessuno vuole rispondere lungo la High Street. La gente tira dritto: alla tavola calda le due cameriere, una giovane e l'altra più anziana, si limitano a commentare: “Prima si stava meglio”. Un pezzo di quel “prima” è nel cortile del San Pietro: si chiama Alfonso. È arrivato qui nel 1965, da un piccolo paesino dell'Irpinia, solo per sfuggire il militare. «Mia sorella mi disse che qua c'era lavoro e partendo avrei evitato la Naja». È finito per fermarsi 55 anni. Oggi è in pensione e fa il giardiniere nell’unico locale di pregio di tutta la città, ricavato da un vecchio mulino, e che non a caso serve cucina italiana. Proprio dentro al mulino, che ha anche delle camere, hanno dormito i papaveroni turchi del fondo Ataer arrivati da Istanbul per comprare la BS. Negli anni del boom, immigrati come Alfonso arrivavano a frotte in questa isolata parte del nord dell'Inghilterra. C’era bisogno di operai: nel 1971 l'acciaio dava lavoro a 330mila persone nel Regno Unito.

Un declino inarrestabile
Oggi l’industria è praticamente scomparsa. Nel 2016 tutta l'Inghilterra ha prodotto 8 milioni di tonnellate di acciaio: la Cina ne ha sfornate 808 milioni. La Gran Bretagna è scesa al quinto posto in Europa, che tutta insieme vale un settimo della produzione di Pechino: la Cina inonda il mercato di acciaio a prezzi stracciati grazie ai sussidi statali che eroga alle sue aziende (mentre la Ue li vieta). Nel mondo globalizzato, le dimensioni sono tutto. C’è poi sempre meno bisogno di acciaio: la domanda è in calo da anni e i prezzi scendono. L’acciaio, un tempo industria di punta di ogni nazione ricca e importante, oggi è marginale: nel Regno Unito dà lavoro a sole 32mila persone, appena lo 0,1% dell'occupazione. E genera 1,6 miliardi di sterlina di giro d'affari, lo 0,1% del Pil inglese. Percentuali da Pollicino. Dal 1960 a oggi l'industria ha perso il 60% (e nel solo annus horribilis 2016 il 30%), mentre economia Uk è salita del 160%. L'acciaio, però, pagava e paga ancora bene: lo stipendio di un operaio si aggira attorno alle 36mila sterline l'anno, che è un 50% in più della media delle paghe della zona.

Mamma li Turchi
A Londra, i turchi di Ataer non piacciono. Un fondo pensione di militari, poi, ancor meno. «Soldi sporchi» li ha bollati il Guardian, il mastino progressista della stampa britannica. E ora con il premier Erdogan che invade la Siria e fa strage di curdi, la Turchia è un monatto che nessuno vuole. Nessuno tranne la gente di Scunthorpe. «Certo sappiamo delle polemiche a Londra, ma per questa città i Turchi sono l'unica salvezza» taglia corto Michelle. L’identità della città è l’acciaio: le ciminiere hanno ognuna il nome di una regina d'Inghilterra. Quando la British Steel occupava 25 mila persone, non c'era famiglia dove almeno una persona non lavorasse nell'acciaieria. Intere generazioni, di padre in figlio, si sono tramandate il “posto” in fabbrica.

Quale futuro per Scunthorpe
Oggi alla British Steel sono rimasti in appena 3mila (ma c'è ancora un indotto di 20mila lavoratori). Se si perdessero anche quelli, Scunthorpe precipiterebbe ancora di più nella povertà. «Nessuno dei dipendenti spende soldi, nessuno prenota una vacanza, nessuno di loro sa se a Natale avrà ancora un lavoro e uno stipendio» prosegue la signora. Ma loro, i 3mila “dinosauri” sopravvissuti all'estinzione, sfoggiano una tranquillità difficile da distinguere dalla rassegnazione. «Dobbiamo continuare a fare quello che sappiamo fare, ossia produrre acciaio. Ma dobbiamo riuscire a farlo a un prezzo competitivo con gli altri paesi, non c’è altra soluzione» commenta un operaio mentre esce in bici dall’ingresso.
A un tavolo del San Pietro, di martedì sera, mentre fuori è calata una cappa di irreale coprifuoco, con le strade completamente deserte, ci sono 5 persone: sono i proprietari di Karro, il più grande produttore di bacon della Gran Bretagna, rivela Daniele, cameriere italiano che ha appena comprato casa: per 180mila sterline (e un mutuo 25ennale) andrà a vivere in una villetta di 3 piani con 4 camere da letto giardino e garage (a Londra ci vorrebbero 2 milioni per una casa simile). Ma basterà la “pancetta” a tenere in piedi Scunthorpe se non arriverà il Sultano ad allungare la vita dell’acciaieria?
@filippettinews

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