Bussola &Timone

Il declino occidentale e la forte crescita dell’economia asiatica

di Giovanni Tria

(Adobe Stock)

4' di lettura

Nel 2014 tenni una lectio magistralis agli studenti del Zhejiang Institute of Administration ad Hangzhou, in Cina. In quella occasione dissi alcune cose, ripetute successivamente più volte, che di seguito trascrivo perché credo sia utile dare prospettiva alle emozioni e ai pensieri dell’oggi. Dissi allora: «Alcune previsioni prevedono che entro il 2030 il cosiddetto Occidente (Europa, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda) produrrà poco più di un terzo del Pil mondiale, soprattutto se calcolato a parità di potere d’acquisto. Il che significa che il resto del mondo produrrà due terzi del Pil. Si tratta di un’inversione dei pesi economici relativi tra le due aree del mondo rispetto alla metà del secolo scorso, quando erano i Paesi che definiamo “Occidente” a produrre il 70% circa del Pil mondiale. Ma si trattava del punto di arrivo di un processo durato circa cento anni, perché all’inizio del secolo precedente era l’Occidente a non produrre più del 30% del Pil globale.

Così nel corso di due secoli il rapporto di peso economico fra l’Occidente e l’Asia si sarà invertito due volte, ed entro il 2030 l’Occidente e l’Asia occuperanno le stesse posizioni relative nell’economia mondiale che detenevano nel 1820, ma in un mondo molto più complesso e interconnesso, considerando che la popolazione mondiale è otto volte superiore, con livelli infinitamente maggiori di consumo di energia e materie prime.

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Questo futuro della geo-economia globale non è affatto sicuro. Il futuro del mondo che abbiamo delineato è solo frutto di previsioni e, come tutte le previsioni sono sottoposte alle smentite dovute all’irrompere dell’imprevisto e dell’improbabile nella storia. In ogni caso, l’evoluzione dello scenario economico previsto per i prossimi anni e decenni probabilmente non sarà lineare. Il passaggio da un secolo di dominazione economica occidentale al secolo di prevalente forza economica asiatica, prevista da molti accademici, è improbabile che sarà “una cena di gala” se lasciata all’evoluzione naturale. Idealmente la transizione dovrebbe essere negoziata e guidata.

Se guardiamo indietro, al secolo in cui maturò il primo grande spostamento a favore dell’Occidente del peso economico globale, cioè dalla prima metà dell’Ottocento alla metà del secolo scorso, vediamo come esso fu accompagnato da due guerre mondiali e da altri tragici eventi storici.

Ecco perché oggi, di fronte ai nuovi grandi cambiamenti in corso in direzione opposta, non c’è alternativa fruttuosa rispetto al dialogo per il perseguimento di politiche coordinate, e persino gli economisti possono aiutare a costruire un mondo pacifico. Ciò significa che il dialogo e la cooperazione devono prevalere sulla competizione e sui conflitti, anche se limitati alla sfera economica e commerciale. È questo che ora sta accadendo? E qual è l’attuale ruolo dell’Europa? La risposta alla prima domanda è negativa, mentre è difficile rispondere alla seconda».

È passato meno di un decennio e la storia ha subìto un’accelerazione. L’impressione è che lo spirito di cooperazione sia arretrato e lo spirito di competizione e confronto si sia rafforzato. Nonostante la pandemia abbia chiarito che non è questa la via più conveniente. Ma non è certo solo l’economia a determinare il corso della storia. Le ideologie, le culture, le religioni, le identità dei popoli e i nazionalismi, così come il ruolo cruciale delle singole personalità, sono tutti fattori che concorrono, con l’economia, a determinare questo corso. Poi vi è il ruolo dell’improbabile, del “cigno nero” che muta ogni previsione. Oggi è difficile stabilire una diretta connessione tra l’aggressione Russa all’Ucraina e i movimenti lunghi del mutamento degli equilibri geo-economici, che se non governati pacificamente dalla politica possono generare, come nel passato, guerre e mostri. Oggi, il compito è fermare la guerra bloccando l’aggressore. Ma sappiamo anche che la strada del negoziato, che prima o poi dovrà esserci, passa attraverso la mobilitazione dell’interesse globale a bloccare la guerra. Oggi l’interesse globale è rappresentato principalmente da Europa, Stati Uniti e Cina. Queste sono le grandi economie con responsabilità globali e devono esercitarle. Credo che questa necessaria cooperazione internazionale per fermare la guerra sarebbe facilitata se posta in un rinnovato quadro di relazioni internazionali che guardi al futuro dell’economia globale in un approccio di governo cooperativo e non di “disaccoppiamento” o di “confronto strategico”. Anche gli interventi di emergenza, da adottare oggi, sarebbero rafforzati e razionalizzati. Mentre cadono le bombe e volano i missili, leggo sui media che la presidente della Commissione europea chiede lo stop all’uso del gas russo entro il 2027. Non mi è chiaro cosa ciò significhi. Se è un invito a ridurre la dipendenza energetica europea si tratta di un buon programma, ma se riguarda solo il gas russo forse dobbiamo chiederci se Mosca nel 2027 sarà ancora il nemico. Speriamo di no e che il futuro che ci si prospetta non sia quello di blocchi contrapposti all’inseguimento di un’impossibile autarchia, cioè un futuro di minor benessere e crescente scarsità per tutti. Evitiamolo il più possibile perché non possiamo spegnere una guerra ponendo le premesse per quelle future. La strada è quella opposta, quella che prospettavo agli studenti cinesi.

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