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Il decreto flussi 2021 primo passo per disinnescare un corto circuito che ha bloccato il Paese

Dal 27 gennaio al via le domande di assunzione dei 69.700 cittadini extracomunitari che potranno lavorare in Italia grazie al decreto approvato prima di Natale

di Giuseppe Chiellino

Decreto flussi raddoppia, via libera a 70mila lavoratori

4' di lettura

Muratori e carpentieri, autisti di tir, braccianti agricoli, badanti, cuochi e camerieri. Per mesi, anche sul Sole 24 Ore, abbiamo segnalato le carenze di personale più o meno qualificato di cui soffrono le imprese italiane, non solo per la spinta vorticosa della ripresa nel corso del 2021 ma prima ancora per ragioni demografiche e per le forti incongruenze del nostro mercato del lavoro.

Il decreto flussi, approvato prima di Natale dal governo Draghi e operativo dal 27 gennaio con la presentazione delle domande, (ri)colloca nella prospettiva economica una delle questioni cruciali del nostro tempo, le migrazioni, spazzando via il distinguo tra chi parte per necessità perché perseguitato (i rifugiati) e chi lo fa per scelta, alla ricerca di migliori prospettive economiche. Un distinguo che, con perbenismo e ipocrisia, probabilmente serve più a tacitare le coscienze che a gestire una questione epocale.

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I DECRETI PER L'INGRESSO DI LAVORATORI NON COMUNITARI DAL 2008 A OGGI
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Quasi 70mila lavoratori di oltre 30 paesi extra-Ue nei prossimi mesi potranno entrare regolarmente in Italia, in modo legittimo, senza affrontare viaggi rischiosissimi e molto costosi, merce per mercanti di schiavi contemporanei. Viaggi in molti casi inutili, perché chi riesce ad arrivare in Europa deve rassegnarsi a vivere all’ombra dei circuiti dell’illegalità per non essere espulso, fuori dal mercato del lavoro ufficiale e costretto a lavorare in nero, fornendo manodopera a basso costo all’economia grigia, che in Italia non manca. Sfruttati e sottopagati, in balia del caporalato e in perenne attesa di un’occasione o di un escamotage per mettersi in regola e quindi più esposti al rischio di entrare nei circuiti della piccola e grande criminalità. Mentre le imprese a corto di manodopera e famiglie che hanno bisogno di collaboratori domestici non possono assumerli. Un corto circuito insensato.

Una questione economica

I numeri sono importanti. 69.700 lavoratori non comunitari subordinati, stagionali e non stagionali e di lavoratori autonomi che entreranno in Italia nei prossimi mesi sono più del doppio rispetto ai 30mila del 2020, 8mila in più di quanti ne siano entrati complessivamente con i decreti flussi dal 2018. Eppure non bastano perché, come ha ricordato il premier Draghi, sono molti meno di ciò che chiedono le imprese. Perciò ha preannunciato un altro decreto per il 2022, sempre che il governo resti in piedi nell’assetto attuale.

«Le migrazioni sono una questione economica» ha scritto Giles Merritt, autore di People Power: Why We Need More Migrants. Perciò è privo di senso distinguere tra migranti economici e rifugiati. «Spesso chi migra per ragioni economiche nel corso del viaggio si ritrova nella condizione di perseguitato e anche per chi perseguitato non è, quella dell’asilo spesso resta l’unica porta d’ingresso lecita. Il risultato è che il sistema amministrativo si intasa di domande che non riesce a gestire» spiega Oliviero Forti, responsabile per le politiche migratorie di Caritas italiana.

Bisogna risalire a 12 anni fa per ritrovare numeri più alti. Nel 2010 (governo Berlusconi IV) furono varati due decreti, ad aprile e a novembre, per quasi 180mila ingressi di lavoratori stranieri. Negli anni successivi, solo nel 2017 (governo Gentiloni) è stata superata quota 60 mila, nel 2018 il decreto flussi non ci fu affatto, come era già era accaduto nel 2016. Dal 2014, in media sono entrati con otto diversi decreti meno di 27mila lavoratori non comunitari all'anno.

L’occasione per una nuova stagione di legalità

«Questa è un’occasione simbolica per sbloccare il Paese, per anni ostaggio della narrativa salviniana, e per riaprire una stagione di legalità di cui hanno bisogno imprenditori, famiglie e associazioni» dice ancora Forti. «Servono numeri più importanti perché la capacità del sistema economico di assorbire lavoratori è molto più alta» e sarebbe anche il momento di «rimettere mano al testo unico sull’immigrazione per superare il meccanismo della chiamata nominativa che, soprattutto per colf e badanti, ha poco senso». Così come bisognerebbe rendere più semplici le procedure amministrative, oggi «complicate e farraginose», che spesso vanificano l’intera operazione. Il paradosso più frequente è quello dei lavori stagionali in agricoltura: «I tempi sono così lunghi che i lavoratori arrivano quando la stagione è finita».

Retorica dei muri e bisogno di integrazione

Gestire i flussi di ingresso regolari di lavoratori in Europa, dunque, non è e non sarà mai la soluzione definitiva delle migrazioni, ma è sicuramente uno strumento concreto che aiuta a disinnescare quel corto circuito che per anni ha bloccato il Paese e la Ue, tra la retorica dei muri alla Orban che alimentando la paura del diverso procura facile consenso, e modelli di accoglienza alla Mimmo Lucano, umanamente molto meritevoli ma economicamente e politicamente insostenibili su larga scala. Gestire i flussi di migranti dai Paesi di origine contribuisce a scoraggiare gli ingressi clandestini che non si sono mai fermati e, in assenza di canali regolari, diventano l’unica via di accesso al miraggio europeo di una vita migliore. Nello stesso tempo, rianima la dinamica demografica della vecchia Europa, rivitalizza settori produttivi che hanno bisogno di manodopera altrimenti indisponibile e contrasta - perché rende inutilmente pericolosi - i canali di ingresso illegali. Resta però solo tassello, per quanto importante, di politiche migratorie che devono essere più ampie, con sforzi reciproci per l’integrazione sociale e culturale dei nuovi lavoratori e delle loro famiglie.

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