Lavoro / 1

Il decreto legge anti delocalizzazioni è davvero necessario?

di Gabriele Fava

(NicoElNino - stock.adobe.com)

3' di lettura

In arrivo sul tavolo del Consiglio dei Ministri a seguito della pausa estiva, la bozza del decreto legge anti delocalizzazioni si appresta ad introdurre misure dall’impatto significativo per quelle imprese con almeno 250 dipendenti a tempo indeterminato che intendano procedere alla chiusura di un sito produttivo situato nel territorio nazionale con cessazione definitiva dell’attività, a fronte di ragioni non determinate da squilibrio economico-finanziario che ne renda probabile la crisi o l’insolvenza, a prescindere dal numero dei lavoratori coinvolti. Il dichiarato intento del provvedimento allo studio del Ministro del Lavoro è ravvisabile nella necessità di impedire una ormai diffusa strategia seguita da alcune multinazionali straniere le quali, spesso, decidono di aprire un’attività in Italia per il tempo necessario ad usufruire di alcune agevolazioni per poi, dopo breve tempo, chiudere lo stabilimento con pesanti ricadute sul tessuto occupazionale e produttivo. La bozza del decreto circolata in questi giorni segna un percorso obbligato per le imprese che decidono di chiudere o delocalizzare, il tutto accompagnato da significative sanzioni in caso di inosservanza delle disposizioni in esso contenute.

Si va dall’obbligo di presentazione di un «piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura del sito produttivo» presso il Ministero dello Sviluppo Economico nonché all’obbligo di informare del progetto di chiusura del sito produttivo il Ministero del Lavoro, il Ministero dello Sviluppo Economico, l’Anpal, la Regione nel cui territorio è ubicato il sito da chiudere, le Rsa e le associazioni di categoria. Tale comunicazione, da inoltrare prima dell’avvio dell’eventuale procedura di licenziamento collettivo, deve indicare le ragioni economiche, finanziarie, tecniche ed organizzative del progetto di chiusura, il numero ed i profili professionali del personale occupato nonché il termine entro cui è prevista la chiusura. In caso di mancata presentazione o approvazione del piano, da inviare entro 90 giorni dalla precedente comunicazione, l’impresa è tenuta a versare per ogni risoluzione di rapporto di lavoro un ticket licenziamento in misura incrementata di dieci volte e non potrà accedere a contributi, finanziamenti o sovvenzioni pubbliche per un periodo di cinque anni.

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Già da una prima lettura della bozza del decreto, emerge la necessità di chiedersi da una prospettiva costi-benefici l’effettiva utilità di un provvedimento di tale portata. Infatti, prescindendo da un’analisi dell’efficacia dissuasiva di dette misure sulle strategie di investimento delle grandi multinazionali – sulla quale appare lecito sin d’ora sollevare qualche perplessità – è presumibile che saranno ancora una volta le imprese di medie dimensioni a sortirne maggiormente gli effetti. Infatti, se per molte multinazionali la delocalizzazione di un sito produttivo rappresenta il più delle volte una strategia difficilmente ostacolabile con sanzioni anche di non scarsa rilevanza, per le imprese di medie dimensioni la chiusura di un sito produttivo riveste carattere di necessità più che di speculazione, al fine di garantire la sopravvivenza dell’impresa stessa.

A ciò si aggiunga come misure di tale portata porterebbero ad un drastico calo degli investimenti esteri in Italia da parte delle imprese di medie dimensioni (e non solo), più sensibili alla portata delle sanzioni previste dalla bozza del decreto-legge in esame, a fronte dell’aumento dei costi che una tale operazione potrebbe comportare. Di fatto, ancora una volta, il legislatore italiano preferisce intervenire a posteriori, aggravando ulteriormente la situazione già precaria di quelle imprese costrette a delocalizzare per necessità, piuttosto che intervenire in anticipo ed impedire ab origine la necessità di delocalizzare. A ciò si aggiunga altresì come, nell’attuale contesto di ripresa economica a seguito della chiusura imposta dall’emergenza sanitaria da Covid-19, le imprese necessitino di misure di sostegno da parte del legislatore piuttosto che di ulteriori limiti volti a precluderne ulteriormente la libertà di iniziativa economica. Appare sin superfluo sottolineare come oggi più che mai il tessuto imprenditoriale italiano abbia bisogno di crescere; da qui, la necessità di misure volte a facilitare le assunzioni di ulteriore personale piuttosto che ad impedire il licenziamento dei lavoratori già in forza.

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